Recensioni

5.7

Non è una questione di vecchiaia, ma “i vecchi fasti di una volta” difficilmente ritornano, e così il duo australiano formato da Luke Steele e Nick Littlemore che con l’esordio Walking On A Dream era riuscito nell’intento di stuzzicare l’emotività degli ascoltatori a colpi di synth e malinconia, si arrende sfociando nell’auto-citazionismo. Il debutto degli Empire Of The Sun conservava quell’audacia da outsider in grado di rendere efficace una formula sonora non proprio rivoluzionaria. È stato così grazie anche ad un paio di singoli azzeccati, ad una patina intellettuale, all’aver preso in prestito il proprio nome da un omonimo romanzo di J. G. Ballard e da un immaginario esotico e pittoresco. L’ultimo acuto però è avvenuto poco dopo il raggiungimento della vetta del mainstream, quell’Alive suonato ovunque nell’estate di tre anni fa che aveva fatto da preludio a un sufficiente Ice On The Dune. Lasciando da parte i discorsi pro-indie, quelli da “era meglio il demo”, la sensazione era che qualcosa si fosse perso per strada.

Questa impressione diventa certezza con un Two Vines che prima della sua uscita sembrava promettere bene, perché registrato tra le Hawaii e Los Angeles con la co-produzione firmata da Peter Mayes (SiaThe Killers, Mika) e ricco di ospiti importanti: Lindsey Buckingham dei Fleetwood MacWendy MelvoinHenry Hey (piano) e Tim Lefebvre (basso), entrambi nella band di David Bowie per le registrazioni di Blackstar. Ma allora, cos’è successo? C’è semplicemente una bella distanza tra le intenzioni e il risultato, tra quell’idea naturalista del disco inteso come «a modern city overtaken by jungle, almost like mother nature taking back the planet», e la resa sonora di tutto questo. Ci sono gli anni ’80 (Digital Life), un dream-pop elettronico (Before) e qualche esotismo, ma niente più: nonostante i compitini pop auto-celebrativi (Way To Go First Crush), sembra già tutto stra-sentito e, cosa ancora peggiore, poco ispirato.

Questo Two Vines scorre via in maniera anonima, come il chiacchiericcio di sottofondo del bar sotto casa: una cosa alla quale sei talmente abituato da non farci più caso. Come una favola in cui irrompe la realtà, gli Empire Of The Sun danno l’impressione di aver perso quella magica patina sognatrice e risultano stucchevoli nel volersi rintanare in uno stato onirico che sanno maneggiare fin troppo bene ma che ha perso il suo fascino. Non è una questione di vecchiaia: è che i sogni, prima o poi, finiscono.

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