Recensioni

Non lasciatevi trarre in inganno dal passo veloce di Fatal Gift, la seconda traccia di questo Choir of the Mind, perché non è questo il tono del disco. Rispetto ai Metric, band in cui milita da un ventennio buono, e alle sue apparizioni con il ministero canadese che risponde al nome di Broken Social Scene, la quarantatreenne Emily Haines sceglie qui di confrontarsi con situazioni più intime, quasi sempre per piano, voce e poco altro. Poco altro, che però mostra, come nel caso dell’apertura Planets, perizia nella costruzione, strato dopo strato, suono sopra suono, di uno scenario sonoro dell’anima che si pone come spazio chiaroscurale per le seguenti ballate, torch song e affini.
Per certi versi non lineari, la vicenda della Haines ricorda quella di Joan As Police Woman: inizi più movimentati, dove la personalità della musicista si è dovuta confrontare con quella di altri leader, altri membri della band, e in seguito la necessità di dare spazio alle proprie canzoni, a riflessioni sulla vita, sull’essere donna, esplorando l’amore visto dal lato femminile o la fragilità della vita. E come per la Wasser, o anche la PJ Harvey di White Chalk (ma l’elenco potrebbe continuare), questa geografia dell’anima viene mappata (principalmente) attraverso i tasti del pianoforte.
Quello della Hains, che non si guarda solo l’ombelico ma cerca anche sprazzi di universalità narrativa (Legend of the Wild Horse) e escursioni filosofiche (Nihilist Abyss, uno dei numeri migliori), è un songbook costruito con perizia, mestiere e una dose di sincerità che non si trova in abbondanza in giro. Il limite più evidente è che le canzoni hanno bisogno di tempo per farsi apprezzare nella loro profondità, con l’adeguato tempo necessario anche per i testi, e questo potrebbe mostrare la corda di un insistito falsetto che ricorda una sua coetanea, l’indimenticabile Nina Persson, che però lo adagiava in un contesto, quello dei Cardigan, più giocoso, e quindi probabilmente più adatto al tono infantilesco.
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