Recensioni

Dopo anni e anni, non ho davvero più voglia e mi cadono inevitabilmente le braccia sentendo i collegamenti astrusi che la gente s’inventa per tenere attaccata Emiliana Torrini all’Islanda. Oltre ad essere la terra nella quale Emiliana è nata ed è cresciuta fino all’adolescenza, non c’è più altro che leghi (artisticamente) così profondamente la cantante all’isola.
Di certo, Emiliana, non ha mai rinnegato le origini, ne è stata mai disconosciuta dagli islandesi, come quasi accadde qualche anno fa a Bjork. Ad ogni modo, la sua figura, è sempre più assimilabile e sempre più ambientata nel panorama inglese. È come se da quando Londra è diventata la sua dimora, anche la sua arte abbia chiesto residenza nel Regno Unito. Me and Armini continua su questa scia, con la Union Jack stampata indelebilmente e ben chiara in tutto sopra tutto il corso del disco. La voce di Emiliana non tradisce le attese, risultando ancora una volta facilmente riconoscibile nel suo calore e colore, ciò che stupisce (negativamente) è che sia l’album stesso a tradire. Il terzo lavoro della cantante non convince: la mano di Dan Carey nella produzione (in altri frangenti assai abile con Franz Ferdinand e Hot Chip) risulta troppo calcata, marcata, come se avesse voluto uniformare il tutto facendo sensibilmente perdere in spontaneità, marchio della Torrini. La sensazione che ne scaturisce è che Me and Armini sia molto vicino all’identificarsi in prodotto studiato e partorito a tavolino. Certo, capitoli apprezzabili non mancano: quando le strutture si semplificano e vengono scarnificate da arrangiamenti esagerati e pretenziosi, il piacere dell’ascolto riaffiora. Le ballata acustiche sono i momenti migliori del lavoro: l’intimismo di Birds, la fanciullesca Beggar’s Prayer con la voce d’Emiliana a tornare bambina, l’acida e oscura Ha Ha, tutte tracce in cui, il cantato dell’artista, riconquista la scena ripulendola da porcherie elettroniche.
Purtroppo però, sono più i buchi neri, i crolli verticali nel plastificato nel prefabbricato che caratterizzano e deturpano irrimediabilmente il paesaggio. Emiliana Torrini non è Shirley Bassey…che senso hanno quindi Heard it all before e Jungle Drums? E perché poi tentativi di ritorno al passato come Gun? Cosa dire, infine, della deriva poppettara a cui è stata costretta la, a prima vista, pregevole Big Jumps? Inutile…non riesco proprio a capacitarmi del risultato o, ancor peggio, dell’idea di partenza. Emiliana è ormai un’artista capace, abilmente, di stare sui suoi due piedi: perché non provare, finalmente, anche a lasciarla camminare da sola, piuttosto che prenderla per mano e condurla?
Amazon
