Recensioni

7.5

Se a un primo ascolto questo nuovo disco di Ellen Allien può
sembrare ostico, man mano che passano i minuti ci si accorge che può
essere un buon punto per riflettere nuovamente sullo stato della
minimal. L’opposizione estetica – ormai assodata – per uscire dal
tunnel autoreferenziale del “genere” ha due anime ben separate: le
etichette e gli artisti francesci propongono un mash up che si basa
sulle forme rock (post-Daft e affini), mentre i cugini berlinesi hanno trovato nell’organicità e nei suoni live una nuova strada tutta da scoprire (vedi Pronsato).
Questa descrizione non esaustiva e semplicistica viene ogni giorno
smentita o rimescolata da scuole che prediligono gli stilemi
tradizionali (vedi la post-old-school nordamericana), che spingono i
confini verso i freddi ghiacciai dubstep (ovviamente l’Inghilterra) o
che inventano qualcosa d’altro.

Sool è figlio di questa frammentazione, ma procede verso una definizione di
un suono “standard” (se così possiamo chiamarlo) che esce decisamente
dal dancefloor e insiste sulla coerenza interna dei brani. Insomma,
come han fatto da poco gli Autechre (o in altri lidi gli O.R.B.), la tendenza continua a proporre (finalmente!) un ripensamento costruttivo privo di autoreferenzialità.

Non è una “teoria del tutto elettronico”, ma poco ci manca: la freddezza krautissima dell’iniziale Einsteigen mitigata da field recording di treni e stazioni (citazione implicita a Pierre Schaeffer?), i ricordi della pista da ballo con appunti cosmici e sognanti (Caress, MM), le citazioni all’industrial (Its) e alla melodia classica (il fagotto (?) in Zauber), le voci nordic Morr (Frieda) e infine il suono post-glitch che distingue come marchio di fabbrica la DJ e produttrice (Ondu).

La collaborazione invernale con AGF ha portato un nuovo frutto post-minimale alla comunità electro. Forse
non riusciremo a ballare le tracce di questo disco pieno di echi e
riverberi, ma la novità sta nell’aver gettato le basi per una nuova
stagione di IDM. E questa volta la M sta per minimal.

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