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Una nave, maestosa e lenta, attraversa il porto, il vociare dei passanti sale e scende tra i vicoli del centro storico. È un venerdì sera a Genova, a pochi passi dalle barche, ai Magazzini sul Porto, il progetto Sculpture – firmato da Dan Hayhurst e dall’artista visivo Reuben Sutherland – sta animando la sala con un live denso di commistioni tra musica, un concentrato di elettronica avant e hi-tech, e immagini, frenetici e psichedelici intrecci di imaging pre-cinema. La commistione tra elementi è, alla larga, il concetto perfetto per rappresentare l’ottava edizione di Electropark, andata in scena nel capoluogo ligure dal 16 al 19 ottobre ospitando oltre 2.000 persone da tutta Italia (e da Francia, Austria, Svizzera e Inghilterra). Un evento dedicato all’esplorazione delle nuove proposte in ambito elettronico senza escludere il rapporto con le arti visive e il territorio. Contaminazione, appunto.

Come quella che unisce William Basinski, nome di punta in quanto a sperimentazioni (il suo Disintegration Loops resta uno degli album più interessanti degli ultimi anni) a Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand, artisti a 360 gradi capaci di creare un ponte tra riflessioni filosofiche, musica, fisica, chimica e computer science. A Electropark, nella serata conclusiva, hanno inscenato la performance 1000 Peacock Feathers in Foaming Acid, ispirata allo studio del comportamento delle pellicole di sapone in campo ottico, svelate grazie all’utilizzo di luce laser per farne emergere le complesse nanostrutture. Un’esperienza multisensoriale.

Il pubblico, seduto sul pavimento e in religioso silenzio, si lascia incantare dai fasci di luce che si abbracciano sullo schermo, colori caldi e freddi che creano un panorama da aurora boreale. Il tema musicale proposto da Basinski e Gelfand è apparentemente piatto ma le variazioni timbriche sui bordoni atmosferici e su un accenno di melodia a tratti misterica, indissolubilmente unite alle proiezioni, rendono l’ascolto ricco di suggestioni. Emozioni che, durante l’evento genovese, provengono anche dai luoghi: la Chiesa di San Giovanni di Prè – sita nel quartiere medievale tra i più estesi d’Europa, ora area multietnica per eccellenza – ha già una sua musicalità, esaltata, giovedì 17 ottobre, dal connubio tra il sintetizzatore naturale di Tomoko Sauvage e le sperimentazioni post-folk della cantautrice francese Emmanuelle Parrenin. Lo stesso luogo ha aperto le danze di Electropark con Alberto Barberis, con la prima assoluta del nuovo lavoro di Stradella Reloaded ispirato all’opera del compositore italiano Alessandro Stradella e realizzata in collaborazione con Associazione il Gioco dell’Arte e Le vie del Barocco.

Il fulcro del festival, però, è stata l’elegante e minimale sala dei Magazzini sul Porto Antico, area riqualificata, tra le più apprezzate per convegni e congressi. Per la prima volta, ha aperto le porte al festival di musica elettronica vestendo di un abito insolito le cavalcate techno industriali, dall’attitudine punk e DIY dei Giant Swan – che dal vivo, tra macchinari, sequencer e circuiti, pulsano energia a non finire – o il set marchiato di storia del clubbing di Andrew Weatherall fino alle divagazioni sul concetto di techno underground degli Zenker Brothers in B2B con il torinese di casa Ilian Tape, Stenny. Tra i set da segnalare, spiccano anche quello della beatmaker canadese RAMzi – che ha presentato, in anteprima italiana, i suoni latini, eterei e pulsanti del nuovo disco Camouflé, in uscita nei prossimi mesi – non a caso – per l’etichetta di Elysia Crampton – e l’attenzione ai percorsi mentali, seppur uniti ai movimenti frenetici delle gambe, di Rrose, nome consigliato a chi alla techno non chiede solo salti anfetaminici. Ancora una volta, si conferma di grande impatto il set house cubista e futurista di Hieroglyphic Being, nome su cui ogni festival potrebbe scommettere senza pentirsene.

Electropark di scommesse ne ha fatte. Un festival che dimostra coraggio e spirito di ricerca con una line-up che spulcia tra le varie sfaccettature del clubbing e dell’elettronica più concettuale le espone, come installazioni artistiche, tra i sapori e le sensazioni uniche di Genova. Una città portuale, fisiologicamente aperta al nuovo.

«Electropark 2019 – ha dichiarato in un comunicato stampa il Direttore Artistico del Festival, Alessandro Mazzone – è stata un’ottava edizione travolgente, all’insegna della sperimentazione, che ha colto l’interesse di un ampio pubblico. Siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti: i primi due giorni di festival alla Villa del Principe e alla Chiesa di S. Giovanni di Prè prevedevano contenuti artistici per nulla scontati e richiedevano un livello di attenzione particolare. Uno dei nostri obiettivi è infatti quello di osare, presentando nuove forme di fruizione artistica e culturale. Il venerdì e il sabato ai Magazzini del Cotone del Porto Antico sono stati la sfida più importante di questa edizione e penso che abbiamo creato ottime basi per lavorare nei prossimi anni ad una programmazione in questi spazi dall’altissimo potenziale: li abbiamo aperti alla città, abbiamo creato nuove opportunità di sviluppo, i numeri ci hanno dato ragione. A questo si aggiungono gli eventi collaterali (il workshop di field recording e il talk sul capitale relazionale di una città) che hanno contribuito ad un racconto inedito di Genova per favorire una crescita sempre più consapevole del territorio dal punto di vista culturale».

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