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All’interno dall’autobiografia Substance, Inside New Order, una delle tre date alle stampe da Peter Hook, il bassista ha rivelato, tra i moltissimi altri aneddoti, un retroscena particolarmente intrigante. Nel 1986, a Berkeley, in California, durante uno dei tour dei New Order, gli venne fatta una curiosa proposta post-concerto. Johnny Marr, allora all’apice della fama come chitarrista degli Smiths, si trovava in California con sua moglie Angie e colse l’occasione per andare a salutare i concittadini nel loro albergo. Durante un incontro privato con Hook e alcuni membri dello staff, lanciò l’idea di una collaborazione.
Secondo Hook, Marr gli fece la sua proposta con assoluta sincerità: «Il miglior chitarrista di Manchester dovrebbe incidere un disco con il miglior bassista di Manchester». L’invito lasciò Hook sia sorpreso che lusingato. Pur ammirando le doti musicali di Marr, alla fine scelse di non dare seguito alla cosa, rimanendo fedele ai New Order nonostante le idiosincrasie e le tensioni interne della band.
Immaginiamo la sorpresa di Hook, quando Bernard Sumner si unì a Marr per formare gli Electronic. Il bassista ricorda di aver menzionato a un giornalista la proposta fattagli un paio di anni prima, solo per trovarsi di fronte all’accusa di aver inventato l’aneddoto per gelosia o risentimento. L’episodio rimane uno dei grandi “cosa sarebbe successo se…” della musica di Manchester, ma in compenso, con gli Electronic, due dei musicisti più influenti della città sono effettivamente arrivati ad unire le forze.
La genesi del progetto è in realtà avvenuta in circostanze, se vogliamo, più modeste. Mosso dal bisogno di esplorare ulteriormente l’aspetto più elettronico e dance della musica dei New Order, proprio quello che è stato in molte occasioni uno dei motivi di contenzioso tra lui e Peter Hook, Sumner si fece avanti chiedendo aiuto all’ex chitarrista degli Smiths. Una coincidenza fortunata visto che Marr, oltre ad essere momentaneamente disoccupato, era particolarmente interessato a sperimentare con gli strumenti che la tecnologia più avanzata di quegli anni metteva a disposizione. A questo si deve aggiungere l’atmosfera di grande rinnovamento musicale che si respirava a Manchester in quegli anni, con la italo disco, l’electro pop e la prima house che cominciavano a diventare la colonna sonora dei club cittadini, e sono solo di quelli.
Pubblicato il 29 maggio 1991 dall’etichetta Factory Records, l’album d’esordio degli Electronic si presenta come una perfetta fotografia sonora dell’inizio degli anni Novanta. Un lavoro che oggi suona come una vera e propria capsula temporale, capace di restituire intatte le atmosfere e l’estetica sonora di quell’epoca. Realizzato praticamente in solitudine dal duo, fatta eccezione per il significativo contributo di Neil Tennant e Chris Lowe dei Pet Shop Boys in un paio di brani, il disco offriva a Bernard Sumner l’occasione di esplorare senza compromessi la sua passione per sintetizzatori, sequencer e drum machine. Un’ispirazione alimentata anche dalle lunghe notti trascorse all’Haçienda, il celebre club di Manchester sostenuto economicamente dagli stessi New Order e divenuto uno dei simboli più rappresentativi della cultura dance britannica.
Ma ciò che rende l’album particolarmente interessante è senza dubbio il contributo di Johnny Marr in veste di chitarrista. Un coinvolgimento, in quel particolare ruolo, fortemente voluto da Bernard Sumner, ben consapevole di quanto l’attenzione e le aspettative del pubblico si sarebbero concentrate sulla presenza dell’ex Smiths. Il risultato è un lavoro dall’identità forse ibrida, capace comunque di fondere sensibilità pop e linguaggi differenti in modo sorprendentemente equilibrato: un incontro artistico che, al di là delle premesse, funziona ancora oggi.
A fare da apripista, il singolo Getting Away With It, pubblicato nel dicembre del 1989, ben diciotto mesi prima dell’album di debutto e canzone non inclusa nella prima edizione dello stesso. Nato dalla fattiva collaborazione con Neil Tennant, che del brano è anche vocalist, il brano è fino ad oggi anche uno degli immancabili cavalli di battaglia presentati all’interno delle esibizioni live dello stesso Marr in versione solista. A confermarne la qualità, il modo in cui il chitarrista ne ha espanso la struttura trasformandolo in una delle più convincenti e coinvolgenti dimostrazioni della sua eccellente tecnica chitarristica e del suo naturale talento di compositore di melodie indimenticabili.
Altro memorabile singolo estratto dall’album, la balearica Get The Message, contraddistinta anche in questo caso dalla chitarra acustica dal sapore latineggiante di Marr. Del tutto legata all’epoca nella quale è stata realizzata, la canzone convince tutt’oggi per il solare ottimismo che riesce ancora a trasmettere. Si difendono bene anche la rockeggiante Tighten Up e l’anthemica Gangster, mentre Reality e The Patience of a Saint portano al loro interno il distintivo DNA dei già citati Pet Shop Boys; questo a confermare una delle ispirazioni primarie di questo debutto e la solidità di una collaborazione che sarebbe proseguita un anno dopo con la realizzazione del bel singolo Disappointed.
Naturalmente, non tutte le dieci tracce in scaletta hanno attraversato gli anni con la stessa brillantezza. In alcuni passaggi emerge la sensazione di trovarsi di fronte a materiale riempitivo più che realmente ispirato, mentre le incursioni rap sui generis di Bernard Sumner in Idiot Country, brano d’apertura, e nel singolo Feel Every Beat conservano ancora oggi quella vena ingenua che già all’epoca suscitava più di un sorriso. A riscattarle, però, intervengono ritornelli irresistibili e immediati, perfetta espressione di quella vocazione pop che caratterizzava i New Order della fase più matura e adiacente al mainstream.
I due album successivi degli Electronic — progetto fermo a tempo indeterminato dalla fine degli anni Novanta — hanno progressivamente spostato il baricentro sonoro verso coordinate più apertamente rock. Una scelta che, da un lato, li ha resi meno dipendenti dal contesto storico e dalle mode del periodo specifico, ma che, dall’altro, ha inevitabilmente attenuato quel peculiare fascino nostalgico e quella brillante sensibilità melodica che fanno dell’esordio un lavoro ancora oggi così seducente e riconoscibile.
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