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E’ da qualche anno che Ela Orleans lavora ad una sua visione del patchwork audio-sonoro. Musicista di origini polacche, trapiantata prima a New York, poi a Glasgow, ora affiliata al giro Clandestine e soprattutto abitante solitaria di mondi surreali costruiti in completa autarchia,. Da un lato, può essere considerata come l’erede legittima di signore europee con l’estetica del cut-paste come Solex e Niobe. Dall’altro, la gradazione onirica dei brani, un gusto neppure tanto velato per un’exotica privata di ogni virtù kitch e una conoscenza enciclopedica delle musiche per film e della library music fanno di Ela, una necessaria variante della Ghost Box, in special modo della sua filiazione stregonesca via Broadcast meets The Focus Group. Quindi per andare in contro agli intellettuali… ebbene si! C’è qualcosa di hypnagogico qui, ma il tutto è così calato in una dimensione manipolata, fuori dal tempo, che l’unica definizione calzante non può essere altro che quella di un cantautorato anni 2000, dove al posto di chitarra e versi cantanti, ci sono loop, campionamenti, frammenti scomposti di musiche provenienti da ogni dove.

Ora, dopo due dischi su La Station Radar, Lost e Mars is Heaven e il celebrato split con Dirty Beaches dell’anno scorso, la musicista polacca è pronta per il passo fondamentale del doppio album in questione. Sorta di rassemblement generale di tutti gli umori della sua musica e disco di un certo peso, non solo in termini di minutaggio. Ela Orleans fa le musiche che danzano i fantasmi nella Gold Room dell’Overlook Hotel. Si potrebbe andare avanti per ore, cercando di elencare tutte le visioni distorte che vengono generate da queste marcette deviate, tanto vale quindi sottolineare solo gli highlights. Ela attacca il lato A del primo disco con la  nenia agro-dolce di A Jealous Lover: voce campionata, ritmo dance, coro di voci etereo. E’ solo il lasciapassare per una caduta a peso morto nella tana del bianconiglio. Ogni brano, una veste diversa, un ambiente mutato. Dark Wood è un giochino metronomico che fa scontrare i Piano Magic degli ep di inizio carriera con Belbury Poly; This is, azzarda su una base hip-hop, un’arietta anni ’50 che sembra fare il verso alla Julee Cruise di Lynch, mentre Nocturne, è una sinfonia dall’umore ultraterreno che trova un ponte tra l’onirismo etereo di This Mortal Coil e il neoclassicismo gotico della Miasmah.

E ci sono ancora le fenomenali Leopard e Longing, che prendono Martin Denny e lo derubano di qualunque appeal esotico, lasciandolo isolato in quella che qualcuno ha giustamente definitivo “haunted dancehall”. Risky Trip To The Underworld è una marcetta kraut che svirgola rapidamente nella delirante title track, patchwork di refrain cigolanti para-industrial, cantato gospel, cori doo wop e una spessa patina lo-fi che corrode gran parte dei brani del secondo disco. All Men sarebbe una potenziale hit se non fosse che Ela taglia tutte le frequenze e mette in piedi uno spericolato equilibrio tra ritmi e voci, così come il sinfonismo ambient di Rolling Waters che vive lo stessa idea di corrosione sistemica di The Careteker. La chiusura sbarazzina con il rock‘n roll di In The Night da una pacca sulle spalle all’ascoltatore, riportando sulla terra, tra i comuni mortali, dopo un’ora di viaggio tra le nuvole tumultuose. Disco densissimo, ispirato e ricolmo di idee, che fa fare alla sua autrice un balzo impressionante in avanti, collocandola tra i grandi surrealisti sonori di questi anni.

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