Recensioni

7.2

Questo disco – assicura l'autore – è stato inserito nella continuity dei suoi Megamix per il "semplice gusto di poter scrivere finalmente il numero tre su una copertina" e va quindi considerato un album solista a tutti gli effetti. Non importa neppure che sia stato annunciato da Gold Dust come antipasto a un album vero e proprio, ancora in lavorazione. Forse El-P farà come Madlib con il primo volume del Medicine Show, prima le basi in versioni alternative, poi l'album con i featuring vocali, non sappiamo, ma per adesso vogliamo dargli ragione. Così pure intuiamo in filigrana, e nonostante l'assoluta diversità di suono e di approccio, le suggestioni del Donuts di J Dilla, fonte di ispirazione dichiarata chiamata in causa però solo implicitamente, attraverso qualche sirena vagamente Mantronixiana messa in secondo piano in un paio di tracce.

Confermata l'immagine apocalittica che El-P dà di sé, qui solo più stilizzata. Il disco non ha il blues del primo Wearegoing… (2003, procuratevelo), è meno rappuso/cattivo dell'ultimo I'll Sleep When You're Dead (2007). Sempre incombente però un senso come di minaccia, in produzioni fredde, dai toni cupi, dall'impatto massiccio. El-P si concentra su una austera electro anni Ottanta metallico-gommosa, tutta linee di tastiere e drum machine marziali, innervata da influenze soprattutto space/kraut, con un paio di puntate black (fino a lambire territori discofunky – con tanto di vocoder – malatissimi e psichedelici) e di aperture al colore e a un pathos non angosciato – tutt'al più melanconico – che hanno il sapore degli ultimi Pixies (ma prodotti da Ghost-Simon Williamson).

Media alta, due-tre numeri che si impongono sugli altri, un ottimo disco fuori dalle mode produttive del momento, esplorazione insistita delle diverse sfumature di una monocromia synth-electro. Per soli fan o beat-freak però.

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