Recensioni

Per mano della nave dell’amore torinese, la Love Boat di Andrea Pomini, vede la luce per la prima volta in vinile l’unico disco della sigla El Muniria, progetto, purtroppo, estemporaneo nato dal primo iato dei Massimo Volume. Stanza 218 fu un disco strano, diciamo una esperienza totalizzante più che un disco nel senso stretto del termine; un lavoro dalla gestazione particolare, contraddittoria, difficoltosa a livello umano prima ancora che artistico e, ripeto, purtroppo non replicato probabilmente perché non replicabile. Quindi per il disco originale è inutile sovrapporre parole a quelle che Antonio Puglia, in una recensione di ormai 17 anni fa, datata temporalmente ma contenutisticamente ancora lucida e più che attuale, elegantemente riportava sia sulle vicende che portarono alle registrazioni, sia sul contenuto dell’album.
Quindi limitiamoci a riferire di ciò che questa ristampa – o prima stampa in vinile che dir si voglia – porta in dote: vinile (volendo) anche colorato; una nuova, bellissima versione della copertina del tempo opera di Maurizio Lacavalla (volendo anche acquistabile come stampa d’artista); una bustina di ras el hanout autoprodotto per gustarsi una ricetta coi sapori del Maghreb e, last but not least, un intero cd di remix e rivisitazioni opera di un parterre piuttosto vario di musicisti e formazioni, che è il vero surplus di questa ristampa. Del senso di umorale abbandono che permeava la poetica del disco originale è stato già detto, e la bellezza di quel lavoro rimane come perla nel panorama underground italiano tutto, ma queste versioni, ovviamente ognuna presa dall’angolazione del remixer di turno, non fanno che aumentare il caleidoscopio sonoro di Stanza 218. Tante stanze, ognuna diversa, ma tutte a loro modo eccitanti: Fermati Qui, nelle mani di Healing Force Project, diviene un inquieto drum’n’bass notturno e teso; Santo, che apre l’album, col trattamento di Stromboli si fa magma sottocutaneo mentre in quella di Arrogalla si fa dubbosa e sinuosa; Claudio Rocchetti essicca e congela la title track nel suo Frozen Edit mentre Blak Saagan dilata oltremisura Forse tra un attimo caricandola di quella tensione quasi-krauta che segna il suo ultimo, splendido lavoro.
Senza citare tutti gli ottimi interventi sulla materia originale, fa piacere che Stanza 218 si presti a essere modulato e “malleato” da più punti di vista, in primis perché ci fa gustare ancor più lo spessore delle composizioni originali e poi perché ci dice ancora di una vitalità dell’underground italiano in questi tempi cupi e difficili. 7.0 pieno al disco e altrettanto alla sua “attualizzazione”.
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