Recensioni

5.9

Quasi sei anni fa avevamo lasciato Pablo Díaz-Reixa in arte El Guincho con Pop Negro, un disco stanco si diceva, che a partire dal lavoro sugli arrangiamenti vocali non riusciva ad aggiungere nulla a quell’intingolo già abusatissimo che univa gli Animal Collective ai vari paladini del glo-fi come Neon Indian o Toro Y Moi fino ad assimilare un ubriacante caleidoscopio di fascinazioni esotiche, caraibiche, tropicaliste ecc. In Hiperasia cambiano non poco gli arrangiamenti ma i difetti di fondo sostanzialmente si ripresentano. Díaz-Reixa, nel frattempo, è tornato ad abitare nelle natie Isole Canarie prima per tenere cura della madre malata e poi in conseguenza di una separazione dalla fidanzata. Il disco è un po’ la risposta a tutto questo: un meditato tentativo di cambiare pelle e reinventarsi attraverso una formula che, ancora una volta, è stata confezionata con grande cura per i dettagli e un attento uso di software e tecniche da studio.

L’aggiornamento estetico e cromatico di Hiperasia – che è per inciso una sorta di concept sulle cineserie in vendita nei mercati di Madrid – consiste in uno sguardo footwork di rimbalzo dalla combriccola Night Slugs altezza 2012-2013 (etichetta citata, assieme a certa produzione di James Ferraro, anche nell’artwork), nelle brillanti ma un po’ impolverate tastiere funky già marchio di fabbrica di Dam Funk e giro LA e, in generale, in una produzione digitale traslucida post-Rustie che ha trovato posto tanto tra le fila di PC Music quanto nei vari circoli “post-strutturalisti” dell’elettronica di oggi. La svolta musicale è stata dunque pensata a complemento di un lato canoro che tutto il disco indossa nei panni di una sciropposa e imbalsamante glassa. Cantando in spagnolo, con la voce pitchata digitalmente, Pablo Díaz-Reixa utilizza il linguaggio di un folk autobiografico e disarmante che pare pensato apposta per contrastare la luccicante freddezza di arrangiamenti mai così elettronici, un’idea che almeno sulla carta sembrava interessante ma che nella pratica si traduce in un disco che troppo spesso gira su se stesso. A parte un pezzo riuscito come Comix, che vede il feat. di Mala Rodriguez, troppi brani in scaletta finisco per assomigliarsi l’un l’altro, alcuni di loro risultano inoltre particolarmente monocordi da un lato prettamente melodico, difetti che fanno naufragare quanto di buono è stato cesellato tra space funk e battute aspirate da footwork e jungle.

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