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Mark Everett è uno di quelli a cui è riuscita meglio la compenetrazione tra biografia e canzoni, impresa ai limiti del prodigioso considerata la sarabanda di eventi luttuosi che ha punteggiato una sensibilità già di per sé problematica. Però appunto gli è venuta così bene questa elaborazione del lutto che non fai fatica a ritenerla ingrediente della sua poetica. Quel processo di sublimazione tra pop-songs dolciastre, bizzarre, asprigne e struggenti, finisce per rendere potabile e perfino carezzevole anche quel principio di cupissima depressione.

Poi, come è normale, il tempo e la maturità hanno steso sul dolore strati di accettazione, mutando il lancinante in amarognolo, la disperazione in fatalismo. Insomma, a Mr. E è capitata la cosa più normale del mondo: è cresciuto. Non solo: a diciotto anni dall’esordio come Eels, è persino diventato adulto. Quindi, consumate un po’ di giravolte stilistiche che hanno fatto perno su spasmi e languori con esiti alterni, deve essersi finalmente convinto di poter realizzare il proprio sogno: presentarsi al mondo come un musicista showman, smilzo nell’elegante completo grigio, spalleggiato da musicisti impeccabili. Seppelliti i loop e l’effettistica cinematica mutuata da visioni Portishead/Beck, sedate le sarabande waitsiane e gli ululati scabri, gli Eels oggi sono un quintetto old style, sembrano sbucare da qualche anfratto anni Cinquanta, perseguono pop suadente a cavallo tra pastoie jazzy (il ghiaccio viene rotto con la cover When You Wish Upon A Star) e fregole rock’n’roll.

Contrabbasso, tromba, pedal steel (soprannominata da Mark “sad machine“), chitarre, pianoforte, batteria e un bell’armamentario di percussioni (vibrafono, campane tubolari, timpani…): questi gli strumenti di un immaginario architettato con ingegno e misura, con professionalità azzimata che sconfina spesso e volentieri nel cabaret (“che giorno è oggi? Giovedi? Ops, scusate, pensavo di dover fare un monday-show. Per rimediare d’ora in poi faremo un saturday-show…“). Il mood è ovviamente quello dell’ultimo album The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett, da cui pesca la maggior parte dei pezzi, ma il secondo lavoro più saccheggiato è non certo a caso (e per la gioia di chi scrive) Daisies Of The Galaxy, la cui title track è l’apice emotivo di una prima mezz’ora a tinte tenui (molto bella comunque anche Parallels).

Poi la serata si anima, tra una versione swingatissima di A Daisie Through Concrete e una scatenata I Like Birds, chiudendo in punta di trepidazione con Mistakes Of My Youth. Purtroppo, dopo appena un’ora, siamo già all’uscita di scena, davvero breve come programma per quanto corroborato da due bis all’insegna delle cover (tra le quali una magica Can’t Help Falling In Love With You e una diafana Turn On The Radio), prima dei quali Mr. E ci stupisce concedendosi letteralmente agli abbracci del pubblico (in visibilio). Come uno che, se non ha sconfitto del tutto i suoi fantasmi, di sicuro li ha pacificati.

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