Recensioni

Non capita spesso di trovare nel rock, musicisti capaci di sovvertire a tal punto le regole e le convenzioni del genere da costringere l’ascoltatore a rivedere i propri parametri estetici ed espanderne a forza la percezione del tempo e dello spazio. Nel farlo, Dylan Carlson e la sua creatura musicale – Earth – sono diventati, se visti nel contesto dell’attuale panorama musicale, una entità a sé stante, per certi versi impossibile da etichettare ed incasellare, proprio perché al di sopra di tutto e tutti dal punto di vista della critica quasi intoccabile, inattaccabile.
Pur muovendosi tra i parametri del rock più duro, “riff-oriented”, post-sabbathiano se volete, dal pionieristico drone-metal del deragliante esordio Earth 2 – Special Low Frequency Version (1993) alle atmosfere desertiche e desolate delle prove discografiche pubblicate (dopo una quasi completa stasi creativa durata poco meno di un decennio) dai primi anni 2000 ad oggi, sono veramente pochi quelli che possono vantare un unicità di visione ed una coerenza artistica accostabili a quella del chitarrista di Seattle. Perfino la collaborazione con Kevin Martin/The Bug, produttore apparentemente agli antipodi dal mondo musicale di Carlson, nell’album Concrete Desert, gli ha consentito di imprimere un segno inimitabile ed inconfondibile a un progetto di ibridazione musicale tutt’altro che scontato.
Proprio in occasione dell’uscita di quell’album, in sede di recensione, affermavamo: «Il disco potrebbe benissimo rappresentare il negativo della soundtrack che Ry Cooder confezionò per il Paris Texas di Wenders». Ed il paragone, tirando magari in ballo anche il Neil Young più iconoclasta e scuro, si può tranquillamente applicare a tutte le uscite degli Earth a partire da Hex; Or Printing In The Infernal Method fino a questo nuovo Full Upon Her Burning Lips. L’attacco frontale, la distorsione, il muro sonoro rallentato, dilatato fino all’esasperazione e spinto alle sue più estreme conseguenze dei primi lavori discografici ha lasciato in parte il posto ad un atmosfericità che rivede i più classici temi di tutte quelle musiche riconducibili al genere cosiddetto “Americana” reinventandoli, personalizzandoli e restituendogli tutto il potenziale cinematico ed evocativo che ad esso è indubbiamente intrinseco.
Ammirevole resta comunque la capacità di rendere la musica degli Earth sempre avvincente. Ora sinistra e minacciosa, ora epica ed evocativa, ma mai autoindulgente. Questo grazie all’applicazione di minuzie melodiche e dettagli sonori apparentemente minimi ed allargando alla bisogna la spartana ma potente tavolozza strumentale. Con Full Upon Her Burning Lips, Dylan Carlson dimostra ancora una volta la volontà e la capacita di comunicare, coinvolgere ed anche emozionare, ma sempre e comunque alle proprie condizioni.
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