Recensioni

7.2

Cosa aspettarsi da colui che, molto probabilmente, ha ridisegnato il suono della chitarra nell’ultimo quarto del secolo scorso? Cosa attendersi da chi ha indicato la strada a un range di band che va dai Nirvana ai Sunn O)))? Cosa se non “quel” suono di “quella” chitarra? Non essendo un uomo avvezzo a sorprese o facile ai cambiamenti, il caro Carlson quello sa fare e quello fa: lunghe, distese, polverose, iper-sature suite di chitarra in solo che sono un riverbero continuo, una estensione del dominio della lotta sotto forma di poche note che si dilatano e stratificano come probabilmente, ipotizziamo, si dilatavano e stratificavano i confini immensi di quella terra vergine, contraddittoria, fondata sulla violenza e sulla immensità riverberata che sottosta all’intero lavoro. Non è casuale che Carlson rimandi, nella press, proprio a quel “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy che nelle parole del compianto David Forster Wallace rappresenta «il western che mette la parola fine a tutti i western», ma nella discografia del Nostro era la pietra intorno a cui idealmente veniva edificato Hex; Or Printing In The Infernal Method.

Perché questo è un western immaginario incentrato sulla storia vera di un conquistador alle prese con quella landa ignota che sarebbe poi diventata il New Mexico, lo Utah, il Colorado, ecc., raccontata in forma strumentale ma con tutto l’armamentario immaginifico della desolazione, della polverosità materica, della violenza inarrestabile e della essiccata disperazione portata dal muoversi in uno spazio quasi alieno. Quasi a chiudere (o riaprire, dipende dalla prospettiva) il cerchio sull’epopea costitutiva americana, la chitarra di Carlson crea atmosfere che sembrano la summa del disincanto individuale e, su quello collettivo o immaginifico, il resoconto di una vastità che non ha più nulla di eroico, di avventuroso, di eccitante o di vagamente positivo. Solo stasi, accecante bagliore, austera lotta contro se stessi, la propria natura, la natura ostile, l’ostilità umana: il tutto elaborato senza parole ma con una spettacolare capacità riduzionista che essicca ancor di più il suono che lo ha fatto diventare Dylan Carlson.

Produce Kurt Ballou, la chitarra baritona e slide di Emma Ruth Rundle si accompagna alle sparute percussioni della moglie Holly Carlson, per un lavoro che è molto più di un intermezzo tra un disco degli Earth e l’altro; ne è anzi forse una speculare e introiettata versione/visione monolitica eppure piena di screziature apparentemente impercettibili. Un po’ come un paesaggio sabbioso e deserto, identico, statico, immobile eppure in continua mutazione, come poteva essere quello che appariva davanti agli occhi del conquistador.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette