Recensioni

Leggi Danse macabre e subito una sequenza di immagini si fa avanti, dalla Danza degli scheletri tratta dalle Silly Symphonies disneyane alla Sposa Cadavere di Tim Burton, passando per Edgar Allan Poe, Baudelaire e l’omonimo poema sinfonico di Camille Saint-Saëns. Da oggi se ne aggiunge un’altra, ovvero l’insolito concept album che i Duran Duran hanno concepito a due anni di distanza da Future Past e a un anno da un fortunato concerto a tema Halloween a Las Vegas che ha dato il “la” all’intero progetto.
Dribblata la possibilità di cimentarsi in un disco natalizio (il tastierista Nick Rhodes ha dichiarato alla stampa di essere sempre stato attratto dall’immaginario gotico-pagano legato alla festa di Ognissanti molto più che da un anziano signore con la barba vestito di rosso), il plauso per l’originalità dell’operazione viene spontaneo; se poi si aggiunge la presenza di due chitarristi che hanno fatto parte, in diverse fasi, della più che quarantennale carriera dei nostri – l’ottimo Andy Taylor, che sta lottando tenacemente contro un tumore alla prostata al quarto stadio, e Warren Cuccurullo – non si può che guardare con simpatia questo stravagante pot-pourri di inediti, cover e auto-cover.
Se gli U2 hanno percorso la strada dell’autocelebrazione con la rilettura del proprio repertorio e i Simple Minds si apprestano a immortalare su disco un concerto in cui rieseguono l’intero New Gold Dream quarant’anni dopo, Simon Le Bon e i suoi fanno qualcosa di assai meno scontato agli occhi e alle orecchie dei più (senza stupire troppo chi li segue dal primo disco datato 1981) e mettono in evidenza un lato goth che in fondo si è sempre celato nelle pieghe della loro musica. Non è un caso che ad aprire le danze ci sia una sinistra Night Boat che proviene proprio dal debut album omonimo, e che nella versione originale era corredata da un opportuno videoclip in chiave horror diretto da Russell Mulcahy e girato ad Antigua, con tanto di zombies (pure con qualche mese di anticipo rispetto a Thriller di Michael Jackson!).
Convincono anche le altre rivisitazioni del passato: Secret Oktober 31st è un update di un piccolo classico nascosto nella b-side di Union of the Snake, per la gioia dei fan che hanno sempre amato la canzone, mentre Love Voudou rinfresca e fa ringalluzzire il brano contenuto nel Wedding Album del 1993 con l’intervento di Cuccurullo che ne è anche co-autore. In realtà c’è anche un quarto rispolvero, Lonely in Your Nightmare (da Rio, disco riconosciuto come un must dell’epoca new romantic nonché uno dei più riusciti e consistenti del gruppo di Birmingham) che a un certo punto si trasforma nella cover di Super Freak di Rick James – chi era ragazzino tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 ricorderà sicuramente il campionamento usato da MC Hammer per la sua U Can’t Touch This.
I Duran Duran hanno già al loro attivo un lavoro composto da cover. Un album discusso, Thank You, che ha diviso la fanbase: se Lou Reed stesso ha avuto buone parole per Perfect Day, il massacro di 911 Is A Joke grida ancora vendetta. Qui in Danse Macabre l’operazione è fortunatamente diversa, per la natura ibrida della release (più vicina a certi lavori solisti di Bryan Ferry, uno che nel pantheon dei wild boys ci sta comodamente da sempre) e per le scelte più o meno a tema. “Più o meno” perché la Ghost Town degli Specials, tributo a Terry Hall scomparso lo scorso anno, è un reggae che ha assai più a che fare con la violenza nei quartieri, con la disoccupazione nell’era Thatcher e la rabbia che ne è conseguita che con fantasmi veri e propri, zucche e lanterne.
È un bene inoltre che l’omaggio a un’artista contemporanea (stavolta tocca a Billie Eilish e alla sua Bury a Friend) sia assai meno maldestro e straniante della già citata canzone dei Public Enemy e, nonostante un po’ di affettazione, funzioni; ci si aspettava una versione fedele all’originale di Cerrone, in Supernature, ed è andata proprio così. Già era stata reinterpretata dagli Erasure (per il lato B del singolo You Surround Me) e aveva ispirato il titolo di un album dei Goldfrapp, ma d’altronde la fusione tra pop, glam, punk-new wave, disco beat e luci stroboscopiche è sempre stata la raison d’être dell’insegna DD e si inserisce perfettamente nel contesto insieme a una giocosa e trascinante Psycho Killer dei Talking Heads con la partecipazione di Victoria de Angelis dei Måneskin nata da un’idea del bassista John Taylor, vista la comune ammirazione dei due per Tina Weymouth.
Più incerti i risultati in Paint It Black dei Rolling Stones e soprattutto in Spellbound, uno dei vertici della produzione di Siouxsie and the Banshees da poco riportato in auge da Stranger Things. Se la prima, pur senza evidenti sbavature, sembra quasi provenire da un telefilm-commedia degli anni 80 dove senza un inserto cantato (con sottotitoli d’ordinanza) nessuno sembra essere soddisfatto, la seconda non riesce ad avvicinarsi all’arrangiamento originale e ne diventa un datato lavaggio sintetico simil-rockabilly (tra un’album track poco ispirata di Billy Idol e Real Wild One di Iggy Pop) buono giusto per introdurre uno stacchetto di Vito Catozzo in Drive In tra gli sguardi ammiccanti di Tinì Cansino e gli avventori che giocano a flipper. Sarebbe stato curioso, semmai, ascoltare una versione di Halloween dei Japan, altra band-modello per i quattro, ma magari sarà per la prossima volta.
Che dire delle canzoni nuove? In Black Moonlight la formazione 1981-1985 al completo si diverte insieme a Nile Rodgers degli Chic, che fu già con loro ai tempi di The Reflex e Notorious, mentre nella title-track si cade nell’affettazione camp – Simon Le Bon non è adatto per il rap, ma non ha un amico con sufficiente pelo sullo stomaco che lo metta di fronte alla realtà – nonostante l’autocitazione del riff, già tetro di suo, di All She Wants Is. La vera perla da antologia, strano ma vero, è relegata alla fine: Confession in the Afterlife è un’ariosa quasi-ballad come tante, ma costruita e arrangiata come si deve. E a proposito di antologie, vista la (discussa, te pareva) recente introduzione nella Rock and Roll Hall of Fame, che non sia il caso di curare un cofanetto celebrativo e un greatest hits degno di questo nome dopo questo nuovo divertissement?
A parte un paio di scherzetti non completamente riusciti e un dolcetto cui è stato sbagliato il dosaggio degli ingredienti (con Paint It Black siamo al limite del karaoke di Capodanno con il Carlo Conti di turno pronto a stappare lo spumante in diretta), Danse Macabre è un disco che promette poco ma mantiene pressoché tutto ciò che può. Diverte il giusto, non ha la pretesa di essere essenziale in una discografia che ha alternato vette e veri e propri tonfi e mostra ancora una volta, sempre se ce n’è bisogno, quanto si riesca ad essere credibili senza prendersi troppo sul serio. E chissà che non si inauguri un nuovo filone fortunato…
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