Recensioni

Terzo passo targato Drag City e terzo centro per i quattro di Baltimora Dope Body. La testa nell’oggi e il cuore (oltre che i suoni) nei 90s più devastanti e noise-rock, per la band formata da David Jacober (batteria), John Jones (basso), Andrew Laumann (voce) e Zachary Utz (chitarra). Incroci e travasi che si tramutano in un disco vario e intrigante, in cui le sonorità più aspre e dirette create dal quadrilatero rock per eccellenza – no elettronica né devianze strambe qui: puro guitar-sound più sezione ritmica granitica e sfascio vocale – non si cristallizzano mai nel canone di genere, ma offrono interessanti screziature e variazioni.
Panzer noise-rock, dunque, come accade in Pincher (spie al rosso e procedere pachidermico), Goon Line (disagio e rumore bianco a flutti su quello che parrebbe essere uno scheletro quasi hard-rock) o Old Grey (una marcia spastica e devastata che fa tornare in mente i defunti Sightings), ma anche svisate fuori fase come accade per Obey (una paranoica lunga marcia space-noisey tanto cavernosa quanto micidiale), Down (quanto di più vicino ad una “rock ballad” possano concepire quattro brutti ceffi in fissa col New York noise primigenio), una Casual ritmicamente accesa e devastata dalle distorsioni a sfasarne completamente le fondamenta o l’industrial-noise bruitista con cui i Nostri tratteggiano la breve Dad.
Ennesima dimostrazione di un eclettismo e di una voglia di sperimentare, di solito merce rara a certe latitudini che, nonostante la mancanza del guizzo memorabile e una certa approssimazione (verrebbe da dire fretta) in sede di produzione di un album figlio delle stesse sessioni del precedente Lifer, regala sempre buone emozioni e cattive, cattivissime vibrazioni.
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