Recensioni

Ammettiamolo: il post rock ci ha allegramente rotto le scatole. Venir fuori nel 2017 con l’ennesima produzione con i tratti somatici dei primi anni Zero può spingere ad incontrollati gesti apotropaici, soprattutto se ad essere tirata in ballo è una band canadese ingiustamente bistrattata, ovvero i Do Make Say Think. Sottovalutato o semplicemente preso poco sul serio, il talentuoso ensemble torna ad otto anni di distanza da The Other Truths con nuove esperienze maturate in progetti paralleli e con un disco che vuole provare a segnare una linea di demarcazione con quanto realizzato finora.
Certo, anche loro non fanno che alimentare sospetti con l’idea pseudo-filosofica di confondere musica e misticismo religioso eppure, alla fine della fiera, il risultato sembra meno scontato del previsto. Il concept alla base di Stubborn Persisten Illusion, su indicazioni della band, prende spunto da un «poema buddista che invita gli uomini ad essere mossi da una mente selvaggia, dove ogni pensiero è paragonabile ad un sogno ad occhi aperti, indipendente ma connesso agli altri pensieri attraverso sentimenti inconsci». Sembra new age a buon mercato, eppure i DMST riescono – non si sa bene come – a trasferire in musica questa inafferrabile sensazione. Selvaggi al punto giusto, sognatori traslucidi e con una macchina di suoni da competizione messa a punto con maestria. La cifra stilistica resta la medesima, ovvero una fitta componente narrativa che si trasforma in suono liquido a base di chitarre, batteria e strumentazioni filamentose: prendete ad esempio la forza immaginifica di Horripilation, col suo sound inconfondibile made in DMST, o la stessa Bound, e vi sembrerà di ondeggiare sulle rotte già ampiamente navigate dalla band. Basta però spingersi un po’ più in là con l’ascolto per incappare in quel cambio di passo a cui alludevamo poc’anzi: il librarsi in apnea di A Murder of Thoughts o la natura cinematica di Her Eyes on The Horizon ci restituiscono le coordinate di una band più che mai abile nel calibrare la potenza delle immagini e quella del suono, e con una “scrittura” che rimanda alle soundtrack per il cinema.
Un disco a metà strada tra Mogwai ed Explosions in the Sky e che non accetta di specchiarsi stancamente, provando invece a svecchiare epopee e falsi miti in materia di post rock. Ridotto ai minimi termini, Stubborn Persisten Illusion è un lavoro che potremmo definire versatile nella misura in cui l’ascoltatore può lasciarselo scorrere sulla pelle – rinfrescante come una pioggia estiva – oppure provare a disossarlo, frantumandolo in ogni più piccolo atomo e interiorizzandolo. Superati indugi e preconcetti, forse ci entrerete anche in empatia, ammettendo vostro malgrado di dovervi un po’ ricredere sulla storia dei DMST e di quella “iattura” del post rock.
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