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Dio esiste e vive a Bruxelles è la nuova commedia freak e visionaria a sfondo teologico di Jaco Van Dormael che, con verve iconoclasta, ambisce addirittura al ribaltamento delle Sacre Scritture, creando un immaginario provocatorio in cui Dio altro non è se non un essere infimo nel quale non si deve riporre alcuna fiducia. Un tentativo irriverente di riscrivere la parabola biblica ben oltre i vangeli apocrifi. Presentato alla 47° Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2015 e distribuito in Italia da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection, questo film è una favola tragicomica narrata in voice over e divisa in Libri esattamente come la Bibbia (Genesi – Esodo – Vangeli), in cui il Padreterno (Benoît Poelvoorde) assume le sembianze di un losco figuro, cinico e meschino, che vive in una Bruxelles grigia e dipinta come il posto più brutto del mondo.

Nel progetto deicida proposto da Van Dormael non c’è nulla del Dio dei vangeli. Qui Dio è un bastardo, tracanna birra tutto il tempo, tratta male sua moglie (Yolande Moreau), sottomessa e ridotta a muta figura, e sua figlia (Pili Groyne) una ragazzina appena undicenne. Trascorre la sua “imperfetta” vita a sovvertire le leggi della fisica manipolandole con l’aiuto di un vecchio PC, per il solo gusto di “farla pagare” ai comuni mortali, perpetrando sciagure ai danni dei più deboli, dei bambini e degli “sfigati”! Proprio questo comportamento cattivo e ingiustificato porta Ea, figlia di Dio, a ribellarsi all’autorità paterna. Un giorno, dopo l’ennesima fustigata, Ea riesce a violare la stanza del Padre e a introdursi nel PC rimasto acceso. Decide, con click, di inviare a tutte le persone sulla Terra un SMS contenente la rispettiva data di morte, il più grande segreto che suo Padre (Dio) cercava di nascondere agli uomini. Questo scatena l’ira di Dio e lo scenario improvvisamente si fa apocalittico. Il fratello maggiore J.C. (Gesù Cristo, che dopo essersi fatto carne ora è immobilizzato nelle fattezze di una statuina alta più o meno 20cm) indica alla piccola Ea la “retta via” per la fuga.

É il prologo di un viaggio allegorico che ci porta, attraverso un lungo tunnel che sfocia nell’oblò di una lavatrice in una tintoria (soluzione che riporta alla mente Alice nel paese delle meraviglie) nel vivo di una “missione” divina: cercare sei apostoli coi quali ri-scrivere il Nuovo Testamento e ricordare agli esseri umani la bellezza della vita. I sei nuovi apostoli, che si aggiungono come variazione sul tema nel Cenacolo, sono personaggi reietti che frequentano locali a luci rosse, hanno protesi al posto delle braccia e un passato da serial killer. Sei “magnifici perdenti”, come li definisce il regista, insoddisfatti dell’amore al punto da flirtare con animali (esilarante la scena della ricca e annoiata Cathrine Deneuve che amoreggia con un gorilla, immagine che ci riporta per analogia al film degli anni’80 di Oshima Naghisa Max, Mon Amour). Sei rappresentanti di un genere umano che nel momento in cui conosce la propria data di morte, cambia improvvisamente abitudini e stili di vita. Fa cose che non aveva mai avuto il coraggio di fare prima, sfida il pericolo e le convenzioni sociali e sessuali, come il bambino (uno dei sei nuovi apostoli) che vuole diventare una bambina.

Nella versione 2.0 del Nuovo Testamento scritta per mano di una bambina (che ricorda l’Amélie Poulain di Jean-Pierre Jeunet), non ci sono attese messianiche, un Salvatore che si sacrifichi per i peccati dell’umanità. Qui Dio è ridotto a icona del degrado morale, a inetto misantropo che nessuna metafisica può ricondurre in seno alla spiritualità. L’Onnipotente in persona è condannato ad essere trattato come un povero scemo incapace di dimostrare la propria aura e i propri poteri (compreso camminare sull’acqua). Nondimeno, diventa oggetto della furia di un prete che si vendica trattandolo da feccia, mentre un ghigno beffardo compare sul volto del Crocifisso che osserva la scena.

Il regista belga mescola qui sacro e profano con geniale irriverenza, espressa soprattutto dal parossistico riferimento alla religione cristiana, senza perdere ironia – un po’ naif a dire il vero – e carica eversiva delle battute, come quella che Dio a cena recita alla figlia: “non sederti alla mia destra, mi rende nervoso”. La missione di Ea si conclude in una rapsodia d’amore, unica vera possibilità di salvezza per l’uomo. Mentre sua madre (la Deesse), rimasta sola nell’appartamento di Bruxelles, dal computer lancia uno screensaver digitale con margherite e fiori colorati.

Se i vangeli sono scritti da uomini per gli uomini, in questa storia protagoniste sono le donne, ognuna con una funzione e un ruolo preciso. Dio esiste e vive a Bruxelles, si affida a una sceneggiatura impeccabile e ben studiata e a un cast perfettamente all’altezza.

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