Recensioni

I Dinosaur Jr., si sa, sono una solida certezza della tradizione indie rock mondiale, rilanciata ancora oggi da quelle caratteristiche che ne hanno fatto la fortuna: l’indolenza scontrosa quanto adorabile di J Mascis, il sensibile romanticismo di Lou Barlow, e poi c’è Murph, che potresti immaginartelo a pestare tamburi, imperterrito, anche nel bel mezzo di una tempesta nucleare. Bisogna ammettere, però, che nel nuovo millennio la band ha continuato a produrre dischi seppur buoni, mai travolgenti come un tempo. Il nuovo Sweep It Into Space, invece, non si accontenta di mantenere dignitosamente il blasone, ma fa respirare tutta un’altra aria.
Il lavoro dietro al mixer di Kurt Vile aggiunge sicuramente qualche sfumatura – lasciando anche lo zampino qua e là con la sua chitarra – ma si capisce come nel complesso si tratti una ispirazione rinnovata: quella di un Mascis un po’ più in pace con se stesso e che già avevamo avuto modo di ascoltare in Elastic Days; di un Barlow che con i suoi Sebadoh è tornato a piazzare dischi di notevole fattura (Defend Yourself e Act Surprised); e poi, beh, c’è Murph…
Un’atmosfera che si percepisce sin dall’inziale I Ain’t, con melodie splendidamente centrate e ariose, bridge come dio comanda e inciso trascinante. Un gran bel tiro bissato da To Be Waiting e Hide Another Round, pezzi che, come si dice, hanno il giro che devi saperlo scrivere se lo vuoi così. E anche il passato, quello bello, torna ad avere un peso, tanto che nella chitarra eighties di And Me si sente l’eco della loro (storica) versione di Just Like Even, ricordandoci anche che gli assoli hanno un senso, mentre le ottime To Be Waiting e Walking To You fanno respirare i migliori Novanta di Without A Sound e Where You Been.
E se qualche passaggio suona un po’ veniale, come I Expect It Always e il punk rock “normale” di N Say, le cose si bilanciano con interessanti variazioni sul tema: la tirata confessione semi acustica un po’ Green Mind di I Ran Away, con un Vile alla chitarra che delinea interessanti tessiture psych; il finto stomp da parco giochi di Take It Back, che ha la classica perspicacia da divano; e il tiro hard tipicamente slacker un po’ Bug di I Met The Stones. Un altro bello stacco lo danno poi le due canzoni sebadohiane firmate Barlow, ovvero l’agrodolce You Wonder e la travolgente luminosità di Garden, semplice quanto toccante.
Un album organico e concreto che oltre all’inossidabile dinosaurità, fa sentire anche tanto cuore. È una questione di dettagli, ma dopo qualche ascolto ci si accorge che le cose girano davvero molto bene, tanto che se manca una nuova Little Fury Things glielo perdoniamo.
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