“Ciò che deve accadere, accade” è stato il mantra di Giovanni Lindo Ferretti all’indomani dell’ultimo atto dei CCCP – Fedeli alla linea a Taormina, a partire dall’incontro a tu per tu con Andrea Scanzi in un ventoso pomeriggio padano di inizio ottobre. Più che un mea culpa per non averne precedentemente azzeccata una (proprio riguardo all’evoluzione delle cose CCCP) o viceversa, un abboccamento dato in pasto a chi non aspettava altro che quel tipo di conferme, il suono di quelle parole appare come quello di una sincera sudditanza di fronte a quei “…sottili pensieri d’occhio e cuore…” che solo il destino poteva mettere in fila uno per uno.
Certo il destino va assecondato e quelle sei individualità all’apparenza troppo distanti in realtà ci pensavano da tempo, al non mettersi di traverso nonostante i mille impegni dell’uno e dell’altri. Non molto tempo dopo poi arriva quella foto galeotta scattata al Cerreto, a compendio di una rimpatriata montanara e accompagnata da commenti all’acqua di rose: nessuno al mondo però, ha creduto che in quella cima naturale avvolta dai colori dell’autunno e soprattutto, lontanissimi dagli sguardi indiscreti di un qualsiasi centro nevralgico delle cose, i sei C.S.I. si fossero ritrovati “solo” per chiacchierare del più e del meno, giusto? Giusto.

E quindi siamo alla più stretta attualità: mercoledì 21 gennaio alla Casa della Cultura e della Memoria di Marzabotto – la scelta del luogo si inserisce nel solco dei ricorsi storici del gruppo, come altre relazioni che verranno fuori lungo le quasi due ore del flusso incondizionato di parole – si è tenuta la conferenza stampa per annunciare ufficialmente ciò che in molti, detrattori inclusi, avevano già contestualizzato ovvero, la reunion dei C.S.I. e le prime date del tour denominato In viaggio.
Nelle sedute disposte a semicerchio, da sinistra verso destra (per chi osserva) trovano posto Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo, Giovanni L. Ferretti, Ginevra di Marco, Massimo Zamboni, Giorgio Canali e più di lato, a sinistra di tutti, l’ex direttore di PolyGram Stefano Senardi il quale, visibilmente emozionato, si fa carico dell’introduzione prima di cedere microfono e ribalta a Ferretti.
Ancora una volta l’antitesi dell’uomo che solo pochi anni fa aveva deciso di ritirarsi a vita privata sull’alpe che gli ha dato i natali, è un fiume in piena che sfonda gli argini da tutte le parti, persino così impetuoso da cadere più di una volta nel lapsus di citare i CCCP laddove il riferimento era ovviamente ai C.S.I. Nel lungo preambolo iniziale dice cose lette e sentite già altre volte, mentre le notizie di giornata aleggiano nell’aria ma faticano ad emergere così come gli interventi dei cinque intorno a lui, che piuttosto ascoltano, annuiscono, sogghignano davanti ai pannelli che riassumono gli appuntamenti di fine estate.
Poi all’improvviso esce fuori la Mongolia, con riferimento all’invito per andare a suonare nel luglio di quest’anno al PlayTime festival di Ulan Bator (ancora i ricorsi…), e qui si sorride: “…abbiamo provato a spostare le date dei Litfiba per poter partecipare a questo festival ma non c’è stato verso, per cui andremo solo io e Zamboni per un preludio che ancora non sappiamo come sarà…”, dice Ferretti, che poi aggiunge “ci torneremo comunque l’anno prossimo, nel trentennale di Tabula Rasa Elettrificata. Ecco, giusto qualche giorno fa ricorrevano gli anniversari di Ko de mondo e Linea Gotica e ora che si parla di questo disco, i ricordi custoditi nella memoria dei protagonisti a poco a poco iniziano a galleggiare, in particolare quelli dei momenti meno “entusiasmanti” di una convivenza che si era andata deteriorando fino a che “a un certo punto andavamo a suonare ognuno con due macchine…”.

Sei concerti dunque, due dei quali in luoghi significativamente evocativi come Montesole e Alba, e poi la doppia trasferta in Mongolia. Ma non è finita perché pare che a corredo di questa reunion ci sarà anche un film e Ferretti si mette in mezzo dicendo che “se c’è un film ci sarà anche una colonna sonora…” ma qui, l’argomento si fa delicato per tutti, per non dire spinoso. “…Non mi era piaciuto il come ci eravamo lasciati e dopo qualche anno ho avuto il desiderio di ritrovarci proponendo varie volte, quando capitava di parlare con l’uno o con l’altro, di andare quindici giorni da qualche parte a suonare insieme, per vedere cosa sarebbe potuto venir fuori. Se poi non ci piaceva si sarebbe buttato via tutto ma… non è mai andata in porto e nel momento in cui ho smesso di desiderarlo, è accaduto da sé…” confessa Maroccolo.
“…Per me questa reunion è un incubo, come lo è stata quella dei CCCP, un incubo bellissimo… l’idea di fare canzoni nuove è un incubo nell’incubo e so che qualcuno prima o dopo mi farà rimangiare questa parola ma…”, gli rimbalza Zamboni, che con flemmatico sorriso lascia intendere che nulla sia precluso a priori, ora che s’è fatto il passo più difficile. Nelle parole a ruota libera si percepisce costante il desiderio di bilanciare l’orgoglio ma anche le zavorre di un passato ingombrante – il peso specifico delle 80mila copie vendute di TRE è di gran lunga superiore, nel bene come nel male, al primo posto in classifica che raggiunsero inaspettatamente in quel momento – con l’auspicio o la quasi certezza di tornare a vivere momenti importanti insieme al loro pubblico.
E tuttavia, mentre Ferretti vola alto come un fanciullo sulle ali del suo mantra preferito, scollinando la solita, prevedibilissima domanda sulla sua conversione religiosa e politica con un perentorio “Ferretti da solo è una cosa, coi CCCP o i C.S.I. un’altra (e poi li tradimento a una certa età diventa un merito)”, Giorgio Canali si toglie un sassolino dalla scarpa con una chiosa parecchio appuntita, appena prima dei saluti finali: “…ultimamente sono arrivate un sacco di persone a chiedermi dei C.S.I ed io ho sempre risposto col cazzo (!) neanche se ci sono un sacco di soldi in ballo. Poi a un certo punto ho capito che quelli che contavano su di me perché non si riformassero i C.S.I. erano stupidi haters che tiravano fuori sempre e solo Atreju o la conversione di Giovanni, così stupidi da pogare su madre di dio e dei suoi figli senza accorgersi che lui stava pregando… ecco, allora ho capito che… sai cosa? Vaffanculo, C.S.I.!”.
Più chiari di così si muore e la morte infatti viene evocata ancora una volta da Ferretti ovviamente, per quello scambio di battute sul palco durante le prove per la prima bolognese dei CCCP quando Zamboni gli disse “che a morire sono capaci tutti, il difficile è risorgere…”. Ma per rimanere saldamente ancorati alle cose terrene, almeno fin che si può, buon viaggio C.S.I.