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7.5

Pur se residente nella South London, Daniel Woolhouse non è né di Deptford (ma di Suffolk), né “goth”. È piuttosto uno dei migliori studenti che James Blake abbia mai avuto; Life After Defo la sua tesi di laurea che, non a caso, descrive come “sitting somewhere between real and synthetic”.

Lungi però dal limitarsi a dare per assodati gli insegnamenti del “maestro”, la dialettica uomo-macchina messa in scena dal nostro è sorprendentemente calda. Conserva la natura vagamente spettrale e spiriturale, nonché il cutting edge metallico e l’intimo gioco sui silenzi di quella di Blake, eppure, non rinunciando a un’ovattata stilizzazione “da cameretta”, ne risulta estremamente più familiare, immediata e molto meno pretenziosa. In una parola: pop.

Deptford Goth conosce tanto a memoria la lezione sul valore del minimalismo e del generale contegno da permettersi di gestirla non soltanto attraverso beat sparsi, ma anche in applicazione a trame – fatte di ritagli di chitarre stampo The xx e synth da sogno lucido, scintille garage e scampanellii ambient, contaminazioni dubstep e R&B, vocal-samples pitchati e altre glitcherie – che finiscono per mostrare una certa intricatezza. Woolhouse, infine, si sgancia dalla nutrita schiera di bedroom producer UK e si propone come aggiunta di spicco al fermento electro-soul-pop, grazie a unsongwriting (e crooning) dalla consapevolezza e dall’onestà disarmanti; che saltuariamente tradisce la formazione blues (indotta in adolescenza) e la fascinazione (largamente condivisa) per il prodigio King Krule; che possiede lo stesso impatto emozionale del Youth Lagoon di The Year Of Hibernation (2011), di How To Dress Well, appunto dei primi The xx (in cabina di regia c’è, anche qui, Rodaidh McDonald); che mai perde d’intensità, sia lanciato in chorus da intelligentissimi “drop” (Bronze AgeUnion) o piuttosto stripped-down (Lions).

Se nei vari listoni “Ones To Watch 2013” (e affini) non s’è vista praticamente traccia di Deptford Goth è perché questo Life After Defo risulta a tutti gli effetti come un’enorme sorpresa. Nessuno si aspettava granché dal ragazzotto barbuto che era solito inzozzare MySpace con tracce ispirate dall’amore per Mariah Carey (Real Love Fantasy, poi convogliata nell’acerbo Youth II EP del 2011), nessuno si era prospettato una tale, esponenziale crescita artistica. Invece è successo, lo applaudiamo, ci appuntiamo il suo LP – che è peraltro un “grower” – tra i migliori esordi dell’annata in corso.

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