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6.2

Quando dici famolo strano, è a gente come Steve Marion che pensi. Nel senso che il ventitreenne chitarrista del New Jersey vanta l’amicizia dei Dirty Projectors e l’aver supportato gli Yeasayer dal vivo, ma soprattutto simpatia e visionarietà in dosi non comuni. Dovrebbe tuttavia sforzarsi di capire cosa vuole per davvero: se tediare con pippe cosmiche e inutili siparietti rumoristi; oppure approfondire compositivamente una “follia con metodo” che, in un contesto privo di cantato, offre l’interessante The Ballad Of Speck And Pebble (qualcuno dirà Vampire Weekend: in realtà è – ma guarda che caso… – il Paul Simon di Graceland a spasso con gli Xtc più bucolici), una Sugar Splash di simile e più contorta vena e apprezzabili bozzetti d’elettronica agreste – tra Brian Eno e Cluster – come Z Expression e Flyin’ High.

Altrove Steve pasticcia fondendo low-fi e math rock e traccheggia con l’acustica: conseguenza ne è il rifugiarsi dentro una title-track sardonica e riassuntiva. Dal quale riemerge con la slanciata ironia di Don’t Get Stuck, così che i conti non tornano. Forse è solo questione di maturazione, e magari due chiacchiere col padrone di casa David Byrne potrebbero essergli d’aiuto.

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