Recensioni

Dell’album d’esordio di Deakin come solista ci sono molte cose da dire, nonostante le sole sei tracce e i trentatrè minuti di lunghezza; un disco breve ma sostanzioso, all’interno del panorama indipendente americano, da osservare da una visuale d’insieme distaccata, che non può non tenere conto anche della band da cui Deakin proviene, ovvero gli Animal Collective. Il cantautore infatti è il ramingo degli AC, che nei quasi quindici anni d’operato del gruppo ha aperto e chiuso la porta diverse volte, sempre serenamente, con coscienza di causa e con la certezza di avere a che fare con persone dalla mentalità libera, che ragionano con intelligenza e che abbracciano una filosofia d’azione nel pieno rispetto artistico delle individualità di ognuno. Questo non gli ha evitato la perdita di terreno sugli altri, in parte per la sua assenza negli album cardine degli AC (e stiamo parlando chiaramente di Merriweather Post Pavilion), e in secondo luogo per le vicende legate a questo primo Sleep Cycle che, secondo il crowdfunding iniziato nel 2009, avrebbe dovuto vedere la luce molto prima del 2016. La campagna venne sostenuta con 25.000 dollari da utilizzare nel viaggio festival-missione in Mali e per la produzione del disco, ma più passava il tempo e meno i fan ricevevano informazioni a riguardo, e sembrava ormai che fosse tutto soltanto un chiacchiericcio piuttosto che qualcosa di concreto. Motivo per cui Deakin decise di devolvere tutto l’incasso a organizzazioni benefiche.
Passati sei anni, in completa autonomia economica, viene finalmente partorito Sleep Cycle, album che trascina tutto l’universo interiore di un artista dall’animo delicato – una porcellana bianca modellata con «fatale perfezionismo» (vedi Pitchfork) – e caduto in una paralisi creativa dovuta a insicurezze sulla qualità delle proprie performance vocali. Ascoltando con occhio critico il contenuto del disco, ponendolo in parallelo con l’autenticità genetica spesso associata agli Animal Collective, è impossibile non riconoscere anche in questo caso una certa genuinità di fondo. Il Nostro non avrebbe impiegato sei anni se non avesse dovuto attendere le tempistiche richieste dalla gracilità delle proprie convinzioni.
L’introspezione è la cifra distintiva di questo album, un lavoro che suona come un diario personale delle proprie ansie, delle proprie paure, esorcizzate in sogni irreali e alla ricerca della bellezza: versi come «basta credere che la tua esistenza sia stata distrutta e distorta, perché, fratello, sei così pieno d’amore» sembrano quasi un’auto-analisi. Si apre così il disco, con Golden Chords, brano figlio del timbro autoriale americano, un misto tra il calore di Simon & Garfunkel, lo stralunato Adam Green e la malinconia di Peter Broderick. Immediatamente, però, negli otto minuti di Just Am notiamo il marchio di fabbrica psichedelico Animal Collective, l’eredità di anni passati a trafficare con un’elettronica per niente invadente, a suo modo quasi orchestrale, che diventa trasognata, surreale, catapultata nel visual concept lisergico e dai colori pop del video; idem con Footy, ancora l’elettronica funzionale al cantautorato, in questa traccia espressa da energiche pulsazioni delle percussioni, fino a toccare punte di rumorismo. Le strumentali Seed Song e Shadow Mine sembrano invece battere sentieri onirici nei paesaggi esotici del Mali. Pochi gli stacchi netti tra una canzone e l’altra, che in alcuni casi addirittura si susseguono creando una sorta di flusso unico, isofono, come in un continuum tra sogno e realtà senza confini tra l’interiorità e il mondo esterno. La chiusura, con Good House, riprende la dolcezza dell’apertura, emolliente e cullante, con accenti vocali fortemente à la Animal Collective: questi continui riverberi collettiviani testimoniano un modus operandi radicato da cui il musicista ha difficoltà a distaccarsi del tutto, essendo la band una sua stessa creatura e il nido principale della sua formazione artistica.
Cinicamente, potremmo anche sottolineare come l’esiguità di sei tracce in sei anni sembri più il risultato di un trastullo puerile che altro: ti stai burlando di noi, caro Deakin? È vero anche, però, che nel disco non pare esserci alcuna necessità di competizione ad ogni costo, quantitativamente parlando. Tutto appare infatti più la personale necessità espressiva di un carattere a suo modo perseverante, magari un’alternativa nella ricerca di una spinta creativa autentica divelta dalle logiche di mercato.
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