Recensioni

7.8

Se i Dead Boys fossero stati un gruppo inglese, sarebbero emersi come un grande gruppo punk, alla pari dei contemporanei Sex Pistols. Invece erano americani di Clevelend, Ohio, nati dalla scissione del gruppo locale dei Rocket From The Tombs: il cantante e il chitarrista (David Thomas e Peter Laughner, l’ala intellettuale) formarono i Pere Ubu mentre l’altro chitarrista Cheetah Chrome (aka Gene O’Connor) e il batterista Johnny Blitz (aka John Madasky) costituirono una band più in linea con le loro influenze musicali (erano ambedue fan degli Stooges) insieme all’altro chitarrista Jimmy Zero, al bassista Jeff Magnum e soprattutto al pazzo istrionico cantante Stiv Bators (a sua volta fan di Iggy Pop), principale responsabile della loro futura fama di depravati. Dopo aver esordito col nome provvisorio di Frankenstein in una manciata di show locali, i Nostri si trasferiscono a New York (e lì cambiano nome in Dead Boys), grazie ai buoni uffici di Joey Ramone, che organizza il loro primo concerto nel leggendario CBGB’s. Presto acquisiscono lo status di gruppo di culto con esibizioni scatenate e oltraggiose, e grazie al look grezzo e agli atteggiamenti provocatori di Bators, al violento e velocissimo stile chitarristico di Chrome e a un sound che deframmenta e ricombina insieme elementi del punk inglese (specialmente i Damned) e dello sfrenato rock’n’roll newyorkese: la velocità e i 3-accordi-3 dei Ramones, l’aria sguaiata e viziosa dei New York Dolls, le furia decadente di Johnny Thunders.

Ottengono presto un contratto con la Sire (la stessa etichetta dei Ramones) e pubblicano nell’ottobre 1977 (stesso mese di Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols) il loro primo LP Young, Loud And Snotty, un titolo, un manifesto (“Giovani, chiassosi e arroganti”), per un album che si apre con l’inno nichilista di Sonic Reducer, uno dei più grandi brani punk di sempre, si immerge nel perverso rock and roll di What Love IsI Need Lunch e Caught With The Meat In Your Mouth (la più oscena del lotto) e tocca il vertice con le tirate epiche di All This And MoreAin’t Nothing To Do e Down In Flames, tutte eseguite a rotta di collo e che hanno il merito di esaltare, oltre allo stile selvaggio di Bators, anche la martellante sezione ritmica e la classe pirotecnica di Chrome, uno dei pochi veri solisti della chitarra punk.

Esasperando set musicali che preesistevano sia sulla scena americana che internazionale, i Dead Boys avevano inaspettatamente e forse maliziosamente, (re)importato il punk inglese nella sua forma originale e creato uno stile “teppistico” (meno parodistico di quello dei Ramones e più esasperato) che in USA prima esisteva quasi solo come “approssimazione a”  – con la parziale eccezione degli stessi Ramones – e che l’anno dopo sarebbe sfociato nell’hardcore. Per questo sono un gruppo cruciale anche se sottovalutato e uno dei punti di svolta nella storia del punk a stelle e strisce. «Nonostante il miagolare di Stiv Bators, che può risultare noioso almeno quanto il falsetto di Geddy Lee, questa è spazzatura molto ben fatta, dura e con buone melodie, e in un caso – l’assordante e definitiva Sonic Reducer – anche sicuramente anthemica. Ma il fascino della buona spazzatura è sempre stata la sua innocenza, e se questi individui sono innocenti, lo sono in maniera sottilmente perversa – degli emotivi incompetenti sopra ogni altra cosa. Per un titolo alternativo (rubato a Mary Harron): «Prenditi la mia vita, ti prego», scriveva Robert Christgau su Consumer’s Guide nel 1977. I Dead Boys non sopravvissero al secondo album uscito nel 1978: il loro periodo di gloria rimase confinato fra Ramones e Germs. Questo non toglie nulla a Young, Loud and Snotty (la cui versione in cassetta, per i completisti, aggiungeva un medley live alla scaletta originale di 10 pezzi, mentre nel 1997 hanno visto la luce i nastri originali delle sessions di registrazione col titolo di Younger, Louder And Snottier). In sintesi, una delle migliori espressioni del punk ’77.

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