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Era una nuova variante della psichedelia nera. Non aveva quell’aura allucinata (‘hazy’) tipica, per esempio, di Hendrix. Somigliava piuttosto all’album dei Love, Forever Changes: completamente indifferente a tutto tranne che alle proprie vibrazioni e alla loro celebrazione

Prendo, anzi rubo, questa splendida citazione di Hanif Abdurraqib per tentare di capire l’irreale malia che circonda 3 Feet High And Rising. Strappo via al poeta, saggista e scrittore statunitense questa brillante riflessione sul concetto di psichedelico e sulla sua evoluzione nell’universo hip hop. Un’alterazione che, come nota Abdurraqib, non significa tanto espansione sensoriale e allucinazione, spesso auto-indotta con sostanze (come il Purple Haze di Hendrix per l’appunto, o dell’intera centrifuga Woodstock-beat-hippie), bensì una creazione di una bolla di sensazioni proprie e, spesso e volentieri, auto-riferite, per dare una nuova versione a un reale che, per diversi motivi, cominciava a stare decisamente stretto. L’unica postilla necessaria che devo fare è che Abdurraqib non stava affatto parlando dello storico debutto dei De La Soul, bensì di un altro LP edificante, storico, brillante: People’s Instinctive Travels and the Paths of Rhythm, primo LP di A Tribe Called Quest, uscito poco più di un anno dopo da 3 Feet. Poco importa: sotto sotto, i De La non sono altro che i cugini più pastellati, kitsch e visionari della Tribe.

Condividono spazi di formazione (una New York meno criminalizzata e più engagé, se così la vogliamo considerare, ovvero quella di Long Island), un collettivo – i Native Tongues, nati dal profeta Afrika Bambaataa per spalmare sui 4/4 temi come afrocentrismo, elevazione, cultura, pacifismo – e un approccio musicale comune. È proprio dentro questa bolla di colori sgargianti (come quelli che compaiono nella bidimensionale, quasi bambinesca cover floreale del disco), pace e divertissement, sinfonie ritmiche ed esasperata sampledelia che tre insospettabili moschettieri hanno stravolto la doppia H: nelle forme, nei messaggi, nelle cornici estetiche, praticamente in ogni elemento. E da qui e da altri pilastri coetanei (Il succitato People’s Istinctive Travels, Straight Out The Jungle dei Jungle Brothers, All Hail The Queen di Queen Latifah) che la linea retta dell’hip hop comincia a ramificarsi in maniera irreversibile, considerando una concreta forma altra di scrivere rime e raccontare la realtà. E se noi ascoltatori abbiamo potuto veder crescere realtà come Digable Planets, Arrested Development e Outkast prima, Mos Def, Talib Kweli e The Roots poi, Kanye West e Odd Future nel nuovo secolo, e via dicendo, i sedimenti di questo hip hop illuminato, maturo, astratto, sono da ricercare in gran parte in questo laboratorio imbastito da De La e soci.

Parlo ovviamente di Posdnous (Kevin Mercer), Trugoy the Dove (David Jolicoeur) e Maseo (Vincent Mason), ribattezzati anche come gli attacchi di tre microfoni in un qualche immaginario, cosmico amplificatore (Pos è Plug One, Dave è Plug Two, Mase è Plug Three), affiancati da Prince Paul, demiurgo produttivo post-Stetsasonic (forse i veri originatori del jazz rap) e pre-A Prince Among Thieves, uno dei concept album autobiografici più intensi e originali dell’hip hop anni ’90.

È con la DAISY Age – l’era della margherita, o meglio del suono interiore (Da Inner Sound, Y’All è l’acronimo) – che i quattro scapestrati di Amityville rispondono a menti criminali, pistoloni, Fuck Tha Police, gioielli, sangue e a tutta quella tendenza crudamente realista che stava iniziando a governare la doppia H come unica soluzione possibile di “realness” (vedere Clockers di Spike Lee per capirne influenze e pericoli nella “ghetto mentality”). La risposta, come perfetto contraltare, passa da kangol e collane africane, da retrospezioni tribali, esaltazioni dell’anima, elevazione mentale, valorizzazione dell’io interiore e del rap come divertimento e crescita, personale e collettiva. Ingredienti frivoli e insospettabili che richiamano tanto l’afrofuturismo P-Funk (Parliament e Funkadelic) quanto la cura ritmica del jazz e la mondanità dei primi blues. Tracce, quindi, di una blackness passata, presente e futura che, complice un periodo storicamente favorevole – la golden age anni ’80, quando i sample potevano essere “ripuliti” a basso costo, se non gratuitamente –  hanno permesso la creazione di qualcosa di mai sentito prima d’ora (nemmeno da quel genio di Kool Keith con i suoi Ultramagnetic MCs, ispirazione primaria dei De La e tra i primi a considerare l’astrazione di forme e linguaggi in mezzo a scratch e loop).

Alla fine, beh, è inevitabile. Inevitabile che, nonostante 3 Feet duri un’ora e ventitré minuti spalmati in 23 tracce, ne vorremmo ancora, ancora e ancora. Non ci basta il “mirror mirror on the wall” di Me, Myself and I, smash hit istantanea che strapazza un classico funkadelico per esaltare l’io interiore e la bellezza di sè stessi (“When it comes to being Plug One it’s just me, myself and I”) e ispirare, indirettamente, il Dr. Dre di The Chronic (e quindi lo Snoop Dogg di Doggystyle, e quindi il 2Pac di All Eyez on Me, e così via). I bassi rimbalzanti, i ricami pianistici in sottofondo, le percussioni spasmodiche e il nervoso giro di ottoni non passarono inosservati: né ieri, né oggi, né – con ogni probabilità – domani. Ma non basta nemmeno Eye Know, dove la DAISY Age diventa sinonimo di romanticismo e distacco dalla realtà, esasperati da un videoclip amatoriale con un magnetico e kitschissimo (quindi stratosferico) green screen. Un crocevia di sample – Sittin’ on the Dock of the Bay di Otis Redding e Peg degli Steely Dan su tutti – che si incastra alla perfezione con l’ingenua pseudo-dichiarazione d’amore imbastita da Pos e Dave, tra flow rotondeggianti e timbri da goffi e divertiti liceali (“May I cut this dance to introduce myself as the chosen one to speak? /Let me lay my hand across yours and aim a kiss upon your cheek”).

No: vogliamo sempre di più, anche quando 3 Feet High And Rising compie voli pindarici su ogni sensazione mondana di un MC alla ricerca di un posto nel proprio mondo. C’è Potholes in My Lawn, una frustrata quanto iperbolica  metafora dell’ignobile arte del “biting”, il furto di idee tra rapper, trasformata in un giardino senza recinzioni (assenza di tutela dei diritti) che finisce per riempirsi di buche (plagi e copia-incolla) e provocare divertita amarezza. Jenifa (Taught Me), nel suo funk molto cadenzato, ribalta invece il classico archetipo di MC rubacuori e vincente, raccontando una storia di amore non corrisposto e di squilibrio emotivo nel cuore di un banalissimo ragazzo newyorkese (ancora una volta, qualcuno potrebbe aver guardato da queste parti). Per quanto riguarda Plug Tunin infine, primo pezzo registrato per l’album, l’idiosincratico accoppiamento trombone-arpa non dovrebbe funzionare, ma lo fa, costruendo quel distacco dal reale perfetto per una sfilza di metafore su DAISY, plug, suoni e registrazioni, che già dimostrano quanta ricchezza tecnica ci possa essere in poche frasi di un brano De La (“Flock to the preacher called Pos / Let him be the stir to the style of your stew / Sit while the kid of the Plug form aroma / Then grab a Daisy to sip your favorite brew”)

Certo, 3 Feet High And Rising è molto più di un elogio della normalità o dell’autosufficienza della propria bolla. La sua fortuna – e poi la sua condanna – risiede nello spasmodico taglia e cuci dei campionamenti, che ha costruito non solo un feticcio immacolato per gli archeologi del sample (pescare ogni singola cucitura è affascinante quanto laborioso), ma anche un mosaico esasperato e idiosincratico di influenze, oltre a un enorme problema giudiziario. Non a caso, l’album è tornato disponibile in streaming solo pochi anni fa, dopo essere stato a lungo trascurato dalle nuove generazioni di ascoltatori digitali. E anche nel ritorno ha dovuto adattarsi a censure e compromessi per sbarcare nella nuova dittatura spotify-iana.

Emblematico il caso di Cool Breeze on the Rocks, collage di decine di sample eterogenei accomunati dal termine “rock” – a cui DJ Shadow deve almeno una birretta – costretto a sacrificare la propria linfa vitale e ridotto a una versione “melted” anonima e depotenziata. Fortunatamente, ci sono rimasti tra le mani pezzi come This is a Recording (che campiona New Bird e Pieces Of A Dream), Change in Speak o The Magic Number (nei suoi credits troviamo più di dieci sample diversi, tra cui la nota filastrocca da Schoolhouse Rock che dà il nome al pezzo), oltre ai brani di cui sopra, a far risplendere questo spasmodico taglia e cuci da sempre imitato (un saluto a J.Dilla, Madlib e Knxwledge).

Alla fine, oltre alla lotta tra De La e cravattari delle label, oltre a sample, daisy age e pacifismo, potrei soffermarmi su molto altro: su come Ghetto Thang e Say No Go siano tutt’altro che ingenui inni di pace e amore, bensì ribaltino la prospettiva sulle trappole dei milieu più degradati, osservandone dall’esterno gli effetti intergenerazionali di fratture familiari, violenza e dipendenza; su come i De La abbiano praticamente inventato il concetto di album come teatro-cabaret, in cui skit, vignette, esperimenti di laboratorio, caricature e found footage convivono in un unico grande show (come non farsi sedurre da Can U Keep a Secret, surreale scambio di vedute interamente sussurrato sulla più banale e anti-climatica quotidianità, o dalla geniale Do As De La Does, che simula uno scambio rapper-fan durante un concerto, per sfottere le pompose logiche da MC?); su come brani come Transmitting Live from Mars o Buddy abbiano inciso sul presente e sul futuro della musica (il primo anticipando certe seduzioni formali di trip hop ed elettronica anni ’90, il secondo ufficializzando la filosofia Native Tongues con una posse track tra De La, Jungle Brothers, Q-Tip, Monie Love e Queen Latifah); oppure su come ironia e umorismo siano diventati, con questo disco, una vera strategia narrativa per raccontare il reale da una nuova angolazione, senza perdere coscienza sociale o amarezza interiore (con Ol’ Dirty BastardThe Pharcyde, Das EFX e compagnia bella pronti a ringraziare).

Tutti questi traguardi sono ormai assodati, riconosciuti e celebrati, soprattutto dopo che nel 2023 l’intero catalogo classico dei De La Soul – oltre a 3 Feet High And Rising, anche De La Soul Is Dead (1991), Buhloone Mindstate (1993), Stakes Is High (1996) e Art Official Intelligence: Mosaic Thump (2000) – è tornato finalmente disponibile. Soprattutto dopo che, nel 2010, la Library of Congress ha inserito il disco nella National Recording Registry, esponendolo al mondo intero come registrazione culturalmente, storicamente o esteticamente significativa (anche se nel caso di 3 Feet sarebbe più opportuno mettere una “e” al posto della “o”).

Ciò che forse viene ancora sottovalutato tutt’oggi è la capacità di 3 feet di costruirsi una bolla capace di attraversare il tempo per poi sfuggirgli. Una bolla che, partendo dalle poliritmie africane, ha squarciato a metà George Clinton e James Brown, ha annerito Johnny Cash, Steely Dan e The Monkees, ha preso per mano i Kraftwerk e li ha scaraventati in un anonimo party del Bronx. Poi dallo stesso Bronx si è tenuta a distanza di sicurezza, ma non senza portarsi via scratch, onnivorismo sonoro e il culto del movimento come liberazione, fondando una nuova poetica. Infine, anche il presente gli è andato stretto, un presente dalle troppe narrazioni, dalle troppe illusioni. È fuggita anche da quest’ultimo, ma né verso la nostalgia né verso il futuro che conosciamo, piuttosto verso uno immaginato, in cui poter vivere con le proprie regole.

Non a caso, due anni dopo, gli stessi De La hanno lasciato andare il loro 3 Feet High And Rising, rispondendo con De La Soul Is Dead e una rosa appassita su sfondo bianco. Come nei migliori romanzi di formazione, hanno probabilmente realizzato che non si può – e non si deve – restare prigionieri del proprio passato. Bisogna andare avanti e, talvolta, lasciar andar via il proprio capolavoro, lasciarlo volare 3 piedi sopra gli altri, forse molto di più. Scelta saggia per i tre attacchi al microfono che un giorno hanno scelto di riscrivere la costituzione dell’hip hop.

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