Recensioni

7.1

Sarebbe un peccato limitare la figura artistica di Tudor nel recinto dei grandi interpreti, magari in virtù della prima esecuzione ufficiale dell’arcinoto brano silenzioso di John Cage che egli ebbe l’onore e il coraggio di eseguire in quel lontano agosto del 1952. Da allora, il Nostro sarà protagonista di alcune interpretazioni pianistiche dallo straordinario impatto sulla musica seria del secolo scorso ma pure compositore, a partire dagli anni ’60, di una serie di esperimenti elettronici ben sintetizzati nell’oltranzismo stilistico di questo Microphone.

Le due tracce strumentali edite nella sezione Nova Musicha dalla Cramps e oggi rimasterizzate su cd per la gioia degli ascoltatori più spericolati, consistono nel sali e scendi di un mugghio elettrico generato dalla manipolazione di un feedback microfonico prodotto in una camera d’eco (durate e incidenze dei suoni sono prodotti dall’azione di filtri particolarmente ravvicinati inseriti nel segnale guida). Le versioni eseguite/registrate da Tudor constano di nove nastri stereofonici da cui partire per alterarne ampiezza, equalizzazione ecc.

Il lavoro – concepito per il padiglione Pepsi dell’Expo 70 di Osaka in Giappone – rientra nella categoria sound design, significando uno studio acustico dello spazio commissionante sfortunatamente non registrato in quella specifica location, a causa dell’eccessivo rumore d’ambiente. Le registrazioni qui raccolte risalgono invece al ’73 e vennero effettuate in quell’oggi leggendario Mills College attorno al quale gravitarono istituzioni come Morton Subotnick, Pauline Oliveros e il nostro Luciano Berio.

Lontano dal concetto di arte come mero intrattenimento, Microphone incarna uno “step” significativo nell’attività di ricerca che fa del processo compositivo il punto di partenza per lo sviluppo di azioni successive, in un gioco al rimpasto della materia sonora virtualmente infinito che non si ferma all’avventura dello studio di registrazione, anzi. È principalmente nel “testing” dal vivo che le proposte di Tudor (e di tanti altri compositori statunitensi emersi dalla scena colta dei Sixties) acquistano il loro significato più rilevante: sotto questo profilo, la formula dell’album non può che estrapolare un assaggio da un discorso pronunciato attraverso un linguaggio che a ogni variazione varia anche le proprie leggi grammaticali.

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