Recensioni

Approdato su Netflix 18 anni dopo la sua uscita nelle sale, Il Diavolo veste Prada ha in poco tempo scalato la Top 10 dei film più visti in Italia. Ne è prevista la realizzazione di un musical con brani scritti da Sir Elton John; il debutto è stato fissato nell’autunno 2024, in uno dei teatri del West End (Londra). Sempre nello stesso anno agli Screen Actor’s Guild Awards, i premi del sindacato degli attori di Hollywood, c’è stata una piccola reunion delle tre protagoniste (Anne Hathaway, Emily Blunt e Meryl Streep): niente di eclatante – due battute dal film durante la presentazione di una categoria – ma è riuscita lo stesso nell’intento.
Non era la prima volta che il trio si riuniva in onore della commedia di David Frankel (Io & Marley, Un anno da leoni, Il matrimonio che vorrei, Collateral Beauty), commedia che – tra l’altro – ha lanciato definitivamente le carriere di Hathaway e Blunt. Per esempio tre anni fa, durante la pandemia, la rivista Enterteinment Weekly organizzò una lunga intervista al cast (con Stanley Tucci, Adrian Grenier e Gisele Bündchen) e ai creatori (c’erano anche la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna e Lauren Weisberger, scrittrice del romanzo). Ma sono molte le occasioni in cui le persone coinvolte nel film hanno parlato e riparlato di quell’esperienza, a dimostrazione di quanto sia diventato un punto fermo della cultura pop del nuovo millennio; non si contano più i meme che ne riprendono gli spunti principali o i passaggi chiave.

La giovane e intraprendente Andy Sachs (Hathaway) si è da poco trasferita a New York con il fidanzato, un cuoco di nome Nate (Grenier), per inseguire il suo sogno di diventare una giornalista. In attesa che qualche testata la ricontatti per un lavoro, la ragazza prova un colloquio con «Runaway», la nota rivista di moda diretta dalla leggendaria Miranda Priestley (Streep); «un milione di ragazze ucciderebbe per questo posto» le dice senza troppi rigiri Emily (Blunt), l’antipaticissima assistente personale di Miranda. Dopo un iniziale rifiuto, causato dal fatto che Andy non sa proprio niente del mondo della moda (e poi perché è “grassa” e senza gusto nell’abbigliamento), Miranda decide di darle una chance assumendola come sua seconda assistente.
Il lavoro si rivela subito un incubo, tra commissioni al limite dell’assurdo e frasi a dir poco denigratorie; l’unico che pare voler aiutare Andy (non senza commentarne l’aspetto) è Nigel (Tucci), il collaboratore più stretto di Miranda. Ad un certo punto, stanca di subire le folli angherie di Miranda e del resto della redazione, ad Andy viene in mente “convertirsi” e chiede a Nigel una mano per rinnovare look e atteggiamento.

Il Diavolo veste Prada non è certo il primo film che trasforma il mondo della moda in un soggetto farsesco o addirittura parodico. Si pensi che, nel decennio antecedente la sua uscita, sono stati presentati tre cult quali Prêt-à-Porter (Robert Altman, 1994), il remake live-action de La carica dei 101 (Stephen Herek, 1996) e Zoolander (Ben Stiller, 2001). Nonostante ciò la commedia di David Frankel, che diresse vari episodi della serie Sex and the City (Darren Star, 1998 – 2004), è diventata una delle più rappresentative del legame tra Cinema e Moda, un legame che esiste da oltre cent’anni. E, forse, in questo ha avuto un ruolo anche quel vistoso Prada del titolo, anche se nel film non c’è mai un riferimento specifico alla casa milanese, come accadde con il capolavoro della commedia a stelle e strisce Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961). Potremmo aprire una piccola parentesi sulle sempreverdi polemiche riguardanti la presenza di marchi all’interno di un’opera cinematografica, polemiche sterili che sono tornate in voga con Barbie (Greta Gerwig, 2023), ma c’è il rischio sfociare nell’ovvio: il cinema è innanzitutto un’industria e in quanto tale…
Tu pensi che questo non abbia niente a che vedere con te. Tu apri il tuo armadio e scegli, non lo so, quel maglioncino azzurro infeltrito per esempio, perché vuoi gridare al mondo che ti prendi troppo sul serio per curarti di cosa ti metti addosso, ma quello che non sai è che quel maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo, e sei anche allegramente inconsapevole del fatto che nel 2002 Oscar de la Renta ha realizzato una collezione di gonne cerulee e poi è stato Yves Saint Laurent, se non sbaglio, a proporre delle giacche militari color ceruleo. E poi il ceruleo è rapidamente comparso nelle collezioni di otto diversi stilisti. Dopodiché è arrivato a poco a poco nei grandi magazzini e alla fine si è infiltrato in qualche tragico angolo casual, dove tu evidentemente l’hai pescato nel cesto delle occasioni. Tuttavia quell’azzurro rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro, e siamo al limite del comico quando penso che tu sia convinta di aver fatto una scelta fuori dalle proposte della moda quindi in effetti indossi un golfino che è stato selezionato per te dalle persone qui presenti… in mezzo a una pila di roba
Se togliamo la moda da Il Diavolo veste Prada, e se togliamo il romanticismo dato che la storia tra Andy e Nate non è poi così centrale (nemmeno interessante), che cosa rimane? Il romanzo di Lauren Weisberger racconta la sua esperienza da assistente personale di Anna Wintour, la famosissima e potentissima direttrice di Vogue USA (da recuperare la video-intervista in cui dialoga e scherza con Meryl Streep). Ma il succo della questione non è tanto il tipo di ambiente affrescato quanto la dinamica di potere che può nascere tra una datrice di lavoro di quel calibro e una dipendente alle prime armi.
Di conseguenza Aline Brosh McKenna, la sceneggiatrice del film, ha scritto qualcosa che puntasse proprio lì, che facesse emergere il duello a discapito dello sfarzo (che comunque è presente). E infatti Il Diavolo veste Prada è diventato il “nuovo” canone per tutte quelle commedie che vogliono fare ironia sulle gerarchie presenti sul luogo di lavoro: nel diabolico rapporto tra Miranda Priestley e Andy Sachs lo spettatore può riconoscersi, indipendentemente dal ruolo che occupa quotidianamente.
Perciò di questa “guerra di posizione”, che Frankel sottolinea con una regia semplice ma efficace (giocata principalmente sull’interpretazione magistrale di Streep), ne ritroviamo le tracce in serie televisive quali Ugly Betty (Silvio Horta, 2006 – 2010) e Glee (Ryan Murphy, 2009 – 2015) o, approdando in tempi ancora più recenti, nei film E poi c’è Katherine (Nisha Ganatra, 2019) e Crudelia (Craig Gillespie, 2021); a proposito di questi ultimi due esempi è interessante notare che entrambi godano della presenza di Dame Emma Thompson, in ruoli pensati per richiamare sfacciatamente la figura di Miranda Priestley (esasperandone la cattiveria), e che arricchiscono il duello con altre tematiche di stampo sociale (inclusività, parità di genere…).

E poi c’è New York, che ha una storia cinematografica come poche altre città al mondo. Abbiamo già citato il coinvolgimento di David Frankel – newyorchese di nascita – in Sex and the City, in cui lo sfarzo di Manhattan è talmente importante da essere persino nel titolo. Ma se teniamo conto dell’aspetto satirico de Il Diavolo veste Prada, si capisce che non è la serie tv di Darren Star il modello di riferimento. Un genere sopravvive quando si ripetono nel corso del tempo le sue caratteristiche base; per quanto riguarda la commedia newyorchese, che è vasta tanto da essere quasi un sotto-genere, non si può prescindere dai grandi autori classici che hanno impostato i primi veri canoni.
Sul tema del lavoro in un sistema (ultra)capitalistico, è sicuramente L’Appartamento di Billy Wilder (1960) l’esempio-guida più amato e riprodotto, ed infatti è quasi immediato il paragone tra lo sfigato C. C. Baxter (Jack Lemmon) e la spaesata Andy Sachs. Nel film di Wilder il protagonista lavora in una famosa azienda di assicurazioni e, al fine di ottenere una promozione, accetta di prestare il proprio appartamento ai suoi superiori quando questi ne hanno bisogno, ovvero quando necessitano di un luogo sicuro dove portare le amanti. Alla fine, stanco di vivere all’ombra dei dirigenti, Baxter decide di lasciare il lavoro e tornarsene nella sua città natale; sarà l’amore, incarnato in un’ascensorista di nome Fran (Shirley MacLaine), a convincerlo a rimanere a New York.

Dato per scontato che la comicità di Lemmon – derivata dai maestri del muto – è su un piano altro rispetto a quella di Anne Hathaway, che al tempo era sempre un’attrice un po’ acerba, l’aspetto interessante del rivedere L’Appartamento ne Il Diavolo veste Prada riguarda le conclusioni. Sia Baxter che Andy arrivano a capire di non voler più sottostare alle spietate regole di un sistema cinico e incurante dell’altrui persona, infatti entrambi lasciano i rispettivi lavori nella speranza di un futuro migliore.
La differenza sta nel fatto che la protagonista di Frankel, dopo aver compiuto una trasformazione in stile Cenerentola (altro topos della commedia classica), non abbandona in toto il mondo sfarzoso per cui all’inizio dell’avventura non mostrava chissà quale interesse: in un certo senso Il Diavolo veste Prada ci dice che, da questa parte di pianeta, vivere il presente significa anche scendere a patti col diavolo; «ti sei venduta l’anima la prima volta che ti sei messa un paio di Jimmy Choo» è una battuta iconica del personaggio di Emily Blunt. Quel finale, che al tempo era stato tacciato di buonismo e superficialità, nasconde una verità scomoda, capace tutt’oggi di generare riflessioni non proprio banali: quanti sono i compressi che facciamo per vivere al meglio le nostre vite?
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