Recensioni

Strano personaggio, questo Daughn Gibson, poco più che trentenne dalla Pennsylvania, già batterista degli stoner Pearls And Brass, all’esordio in solitario lo scorso anno con un All Hell per il quale si scomodarono similitudini intriganti, tipo un Johhny Cash nella ragnatela post-moderna di Nicolas Jaar. E in effetti, a sentire quegli scheletri folk dall’aura androide ed il vocione baritonale, la similitudine sembrava particolarmente azzeccata. Il qui presente sophomore segna però uno scarto netto, di quelli che fanno saltare il banco delle aspettative. Resta l’acchito country, come una radice che non vuol saperne di marcire, però una stratificazione di innesti palpitanti e balzani fanno sbocciare undici tracce che fai fatica ad ingabbiare nelle coordinate standard.
Crude e farneticanti, allucinate e languide, guardano agli 80s più fascinosi e cupi, impastano effetti sintetici e pedal steel, esotismi posticci e fantasmi da pub, romanticismo tignoso e attitudine cinematica. Il passo turgido d’un Cave si spampana tra rarefazioni Sylvian (You Don’t Fade), la wave glassata dei Tears For Fears fa a strattoni col ghigno Sister Of Mercy (The Sound Of Law), uno pseudo trip-hop tenta di ipotizzare versioni fumettistiche dei Morphine (The Pisgee Nest), mentre altrove si consuma una relazione platonica tra Sakamoto e Brian Ferry (Franco). Certo, di fronte ad una All My Days Off – immaginatevi Chris Isaak ipnotizzato dai Cousteau – si consolida il sospetto che possa trattarsi di una furbata indie-pop studiata a tavolino, una strategia di bizzarrie pensose e dandysmo problematico con malcelate ambizioni radiofoniche.
Tuttavia, non puoi fare a meno di sentirci dentro una febbre d’insoddisfazione, una smania di senso da conquistare attraverso un linguaggio complesso, inconsueto, perciò sfuggente. Che ti spiazza quando credi di averlo in pugno. Vedi come The Right Signs proietti il timbro à la Ian Curtis in un fosco scenario electro-kraut prima di sgranare vampe psych quasi desertiche, o come nella conclusiva Into The Sea la tenerezza agrodolce d’un Moz s’immischi a chimere errebì Jaar e marchingegni post-folk O’Rourke. E’ uno di quei lavori insomma che sembrano arrivare al termine di una fase, di una scena, di un’epoca. A raccogliere i detriti, a spacciare voglia di ricostruire. Spesso per opportunismo, a volte per necessità. La differenza, va da sé, è sostanziale. Ma distinguerla non sempre è facile: come in questo caso.
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