Recensioni

Non si può sapere fino in fondo quanto sia stata accurata la fase di ricerca preliminare, ma fa sorridere l’operazione intrapresa da Daniele Luppi assieme ai Parquet Courts e a Karen O con questo Milano. Il motivo di questa benevolenza sta nella scelta di Luppi e sodali di descrivere un luogo come il capoluogo lombardo del titolo e il periodo prescelto (gli anni Ottanta) attraverso la visione dei disadattati e degli integrati. Da un lato, personaggi legati al design, dall’altro gente devastata dall’esistenza o poeti, inseriti in un contesto che per noi italiani è irrimediabilmente legato al craxismo e alla “Milano da bere”. Bisogna partire da tutte queste informazioni per cogliere coerenza sonora e disordine di immaginario.
Abbiamo una città vicina a noi ma “lontana” nella sua essenza, legata soprattutto a design e moda, alla preponderanza dell’immagine e dell’artificio. Ci viene presentato un periodo forte della nostra storia, quello degli anni Ottanta, che però non viene disegnato con una musica legata all’artificio di cui sopra (si potevano pescare dei synth o delle batterie elettroniche, per dire) ma con una mistura di indie chitarristico, reiterazione new wave o addirittura no wave. Il tentativo di narrare una città e un determinato momento in parte con l’occhio di chi non era al centro della storia, in questo, appare totalmente azzeccato. C’è l’effetto spiazzante di udire un pezzo su una via cool come via Montenapoleone (Mount Napoleon) non con l’accompagnamento di musica da aperitivo, bensì con quello delle sei corde acide dei Parquet Courts. Un dato è innegabile: in un momento in cui i concept o le opere vagamente narrative puntano sul fattore atmosferico, questo disco intraprende una strada coraggiosa.
Daniele Luppi vive in una costante situazione di ricerca di equilibrio, in questo disco, perché a volte sembra voler sparire, altre (come nel carillon dell’iniziale Soul & Cigarette) sembra lui a guidare. Più in generale, però, questo è un disco che dà ancora una volta un’idea dello stato di forma della band di Andrew Savage. I Parquet Courts mostrano le loro parti più classiche (come nella già citata Mount Napoleon), riescono a mettersi al servizio di una suadente Karen O nei pezzi maggiormente noir (in Talisa o in Flush, che mette insieme Lydia Lunch e Jane Fonda), oppure sfondano dalle parti dell’improvvisazione selvaggia, come nella chiusura di Café Flesh. La cantante degli Yeah Yeah Yeahs riesce a inserirsi bene nelle cornici pop che le vengono costruite attorno, senza però dare al progetto più di quanto ci si aspetti da lei.
Il limite del disco è quello di non essere un album cinematografico, come già ci aveva abituato Luppi nei precedenti lavori, non ultimo Rome. Le immagini sono legate esclusivamente alla parte testuale, mentre il suono e le canzoni, pur valide, creano una sorta di spiazzamento che rappresenta per paradosso il punto forte del concept, grazie alla crudezza e all’essenzialità. Sta all’ascoltatore la scelta su quale livello seguire per entrare nelle nove tracce di Milano, se quello del suono o quello tematico. Resta però l’idea che il disco, seppur buono, potesse risultare più coinvolgente. Non un capolavoro, dunque, ma un lavoro ben fatto, che pare più un disco dei Parquet Courts con ospiti che un’opera condivisa, e che scorre liscio come un aperitivo.
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