D’Angelo
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D’Angelo, il pioniere del neo-soul, è morto a 51 anni

L’autore di Voodoo e Black Messiah si è spento dopo una lunga battaglia contro il cancro. Ha ridefinito la black music tra sensualità, introspezione e impegno politico

“La stella più luminosa della nostra famiglia ha spento la sua luce in questa vita”. Con queste parole, la famiglia di Michael Eugene “D’Angelo” Archer ha annunciato la scomparsa del musicista statunitense, morto a 51 anni dopo una battaglia privata contro il cancro al pancreas, leggiamo su Variety. Il decesso è avvenuto martedì mattina a New York City. “Siamo addolorati, ma eternamente grati per l’eredità di musica straordinaria che ci lascia”, si legge nel comunicato diffuso alla stampa.

Nato a Richmond, Virginia, nel 1974, D’Angelo aveva mostrato fin da giovanissimo un talento fuori dal comune per il pianoforte e la composizione. Dopo un esordio locale con il trio Three of a Kind, il suo nome iniziò a circolare a metà anni ’90, in piena riscoperta soul, con Brown Sugar (1995): un disco che, con la sua elegante fusione di groove funk, sensualità vocale e scrittura sofisticata, avrebbe definito le coordinate del cosiddetto neo-soul, termine coniato dal suo manager Kedar Massenburg per descrivere quella nuova corrente di artisti (Erykah Badu, Lauryn Hill, Maxwell) capaci di attualizzare la tradizione nera degli anni ’70 nell’era dell’hip-hop.

Ma è con Voodoo (2000) che D’Angelo diventa icona. Realizzato insieme al collettivo dei Soulquarians e a Questlove dei Roots, l’album è un manifesto di libertà espressiva: una centrifuga di funk, gospel, psichedelia e improvvisazione analogica, debitrice tanto a Marvin Gaye e James Brown quanto a Prince e George Clinton. Il celebre video di Untitled (How Does It Feel) — divenuto simbolo di sensualità maschile e al tempo stesso peso da cui l’artista non riuscirà più a liberarsi — segna l’inizio di un lungo ritiro dalle scene.

Da quel momento, la parabola di D’Angelo si fa frammentaria, tormentata. Problemi di dipendenze, un rapporto sempre più conflittuale con la fama e l’industria discografica, fino al silenzio quasi assoluto. Quando nel dicembre 2014, a sorpresa, pubblica Black Messiah, il ritorno assume i contorni di una rivelazione. Quindici anni di vuoto si traducono in un’opera importante – scrivevamo su queste pagine nell’anno della sua uscita – che abbandona la tensione futurista del passato per una dimensione più terrena e collettiva, in cui la black music diventa linguaggio politico, terreno di rivendicazione e spiritualità.

Nel disco — registrato in analogico, con una band vera, corpi veri — D’Angelo intreccia trame fitte di funk e soul come se confidasse nella loro capacità originaria di rappresentare la realtà, restituendo una fisicità sonora che vibra di desiderio, protesta, eros e ferite. 1000 Deaths, con la sua carica militante, sembra risuonare come un pugno nel petto dopo i fatti di Ferguson; The Charade e Till It’s Done (Tutu) trasformano il lamento in preghiera civile; Another Life e Really Love fanno riaffiorare il lato più vulnerabile e intimo di un artista sempre diviso tra corpo e spirito, peccato e redenzione.

Dopo Black Messiah, D’Angelo si è ritirato ancora una volta. Le sue apparizioni successive — l’omaggio a Prince al Tonight Show nel 2016, il concerto al Verzuz dell’Apollo nel 2021, l’esecuzione di Unshaken per la colonna sonora di Red Dead Redemption 2 — hanno confermato la sua dimensione quasi mitologica: quella di un artista inafferrabile, schivo, ma capace di far vibrare ogni silenzio.

La morte di D’Angelo chiude un cerchio iniziato trent’anni fa con la nascita del neo-soul, ma la sua eredità resta aperta, pulsante, spirituale. Tre album, un’influenza incalcolabile, un modo unico di rendere la musica nera di nuovo fisica, mistica, umana. Forse davvero — come scrivevamo allora — il messia nero era lui: un’anima fragile che, tra groove e redenzione, ha ricordato al mondo che il soul non è mai un genere, ma una condizione dell’anima.

Tracklist