Recensioni

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Sa di marcio rock’n’roll, di sozzure notturne, di depravazione e disfacimento sin dal titolo, questo ritorno dei Cut (ultima manifestazione pervenuta: Second Skin del 2017). Sa anche dell’età aurea di quel (garage)rock’punk’n’roll marcito e spesso laido che attraversava le lande americane intorno alla fine degli ottanta e per buona parte dei novanta, imbastardendosi non tanto e non solo col blues, e facendolo come se fosse una specie di incesto ad alto voltaggio rumoroso.

New York, anzi, il Lower East Side, la AmRep, i Surgery, Jon Spencer e l’allegra combriccola che gli girava intorno, prima di loro i Cramps, dopo di loro i Laughing Hyenas, i Chrome Cranks, gli Hot Snakes o chiunque amasse in egual misura il rock, il blues e il rumore (ok, anche la droga, ma questo è un altro discorso) e lo suonasse in modalità garage, ovvero slabbrato e senza compromessi. Esattamente gli stessi ingredienti, a vario titolo e a varia modalità di dosaggio, che segnano la lunga ma parca carriera della band bolognese e che, per forza di cose, ritroviamo a palla in questo Dead City Night, album che vede il nuovo batterista Tony Booza in formazione. Se l’introduzione non è stata abbastanza chiara bastano i 3 minuti scarsi dell’attacco senza fronzoli di They Got Beat per mettere subito in chiaro come si suona il marcio r’n’r con la costellazione dei santi del punk, del noise e del blues distorto a far da firmamento.

Suona vecchio? Suona sempre lo stesso? Non possiamo parlare per i Cut ma a noi frega poco meno di nulla perdere tempo con certi ragionamenti quando ci troviamo davanti a un disco che suona come deve fare un disco del genere. Lo stompone inarrestabile di Washing My Days, il blues futuribile di I Know What I Know, gli spigoli di chitarra di I Ain’t Got You, la lunga litania notturna della title track che sembra i Suicide noise’n’roll o gli Oneida quando si ricordano di suonare rock (vedi alla voce Success) o, ancora, forse più semplicemente i Cut come da un trentennio a questa parte.

Dopotutto, per rubare le parole iniziali del disco, se “some people hate the masses” di sicuro ameranno questo disco fuori dal tempo eppure paradossalmente più addentro in questi tempi strani che molta altra roba più pretenziosa.

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