Recensioni

Il producer messicano Cubenx torna a due anni da Fractal City, un disco che tanto ci era piaciuto grazie al suo organico e cupo mix di industrial e ambient, con addirittura due uscite arrivate negli scaffali (fisici e digitali) a neanche un mese di distanza l’una dall’altra: due lavori che riscoprono le radici techno dell’artista, ma che si sviluppano su traiettorie radicalmente diverse.

Partiamo, scegliendo una banale ma corretta scansione cronologica, dall’EP collaborativo realizzato insieme al collega Boogzbrown: un sodalizio nato grazie alla partecipazione, sempre in duo, alla compilation Digital Kabar (assolutamente uno dei vertici di questo 2019) e proseguito sempre sotto l’egida dell’attenta label francese InFiné. Antipode EP si articola in quattro tracce dove la spiritualità della musica tradizionale della Riunione emerge chiaramente tra battiti dub e synth cosmici (Chants à Malheur, Trois Roches), dove percussioni iper-colorate arricchiscono architetture detroitiane (Antipodal Magma), dove non mancano neppure tribalismi global-bass (La Possession). Funziona decisamente l’accoppiata Cubenx & Boogzbrown: se questo Antipode resterà un unicum o possa essere l’inizio di un più duraturo sodalizio, non ci è dato saperlo, ma ci auguriamo sentitamente che la seconda opzione sia quella giusta, perché l’ascolto è, sì, già valido e non stanca, ma le idee paiono non mancare e l’affiatamento nemmeno. (7.0)

Nel ritorno in veste solista invece Cubenx sviluppa tre mini-suite distopiche e mitteleuropee, spaziando dai quattro quarti emozionali di Bliss agli ipnotici breaks che impreziosiscono il desolato panorama ambient anni 90 di Hercynia: un’opera di assestamento, che si situa a metà strada tra le visioni cyber-punk di Fractal City e la contaminazione afro di Antipode, ma che appare minore rispetto a entrambi (pur offrendo comunque spunti interessanti, soprattutto per il dancefloor). (6,5)

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