Recensioni

Se dopo quasi vent'anni di ricorsioni electro minimal apri il tuo quattordicesimo album ufficiale con una discesa ruvida nel dub asfittico di Enter The Tub, che ti si incolla addosso avvolgendoti in una trappola senz'aria, significa che non stai qui per svolgere il semplice compitino. Soprattutto se sai ancora rimettere in discussione una carriera fondata su martellate techno e rifondarti su una dimensione atmosferica di grande effetto come questo The Inertials.
Cristian Vogel è ancora in pista e ha la grinta per spiazzare, mette da parte le analisi di superficie e punta su mood oscuri e breakbeat morbidi, disegna ambientazioni nere come la pece in Deepwater (in cui resiste quel senso di gravità soffocante riscoperto anche da Last Step e Kid606), piazza una Lucky Connor che ti riporta in mente le parole di Squarepusher sul ritorno della fase emozionale (peraltro intrapreso in maniera esplicita dal notturno in pianoforte di Todays Standard Form) e apre all'ambient space con Bootstraps. Una pasta sonora rigida e senza colori, che cammina lenta e apatica su un tessuto techno dub intransigente come in Snakes In The Grass e si impegna a non cambiar mai marcia, restando sempre su un livello subliminale, anche quando cede all'ossessione industriale (Dreams Of Apolonia) o apre al glitch classico (Seed Dogs).
Di fronte alle velocità frenetiche della nuova generazione sembra questa la risposta data quest'anno dai professori dei '90: un passo indietro verso la sostanza e lo spessore, la cura del suono che ribadisce l'efficacia immutata del suono classico, la composizione ispirata che non ha bisogno di colpi eclatanti per colpire duro. The Inertial cala solo nei venti minuti finali allungandosi fuori misura, quando si stende sul minimalismo asciutto in vena ambient house di Spectral Transgression per poi cedere al manierismo dronico di Moved By Waves, ma resta comunque un'altra voce grossa nell'anno dei ritorni eccellenti da Orbital in giù. A questo punto manca solo AFX.
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