Recensioni

Tra le molte cose che la musica è in grado di veicolare – libertà, senso di appartenenza e condivisione, per dirne un paio – una di quelle più rare e affascinanti è la sensazione di smarrimento meravigliosa simile a quella che ti avvolge quando ti avventuri in una città sconosciuta.
Quando nel 2021 da qualche parte nei misteriosi e indecifrabili giri che ognuno di noi percorre nell’ascoltare musica in un mio vagabondaggio mi sono imbattuto in Chi ci talia?, mi sono fermato all’improvviso. Sarà stato – anche – per un storia familiare che mi lega alla Sicilia, ma sentire una voce profondamente mediterranea, eppure non isolana, cantare in un siciliano sporco, storto eppure vivissimo aveva stuzzicato la mia curiosità.
Da dove arrivava? Da quale tempo, ma soprattutto da quale spazio? A cantare era tale Crimi di cui allora non sapevo granché. Lo credevo un nome singolare di un progetto solista. Chi ci talia? era parte di un disco, Luci e Guai, uscito proprio quell’anno e a suonarlo – incredibile – era una band francese. Una formazione che pareva collocarsi non tanto in un futuro prossimo bensì in un non ben precisato passato, o in un mondo parallelo imbevuto di räi, funk, soul e psichedelia.
Oggi, due anni dopo, Julien Lesuisse torna con i suoi Crimi e questo doppio album, in un’ora, approfondisce il legame già profondissimo con la Sicilia (terra dei suoi nonni dai quali ha appreso il dialetto) e più in generale con le sonorità mediterranee che da secoli si infrangono sulle sue coste. In questo porto si incontrano culture, nelle sue strade e nelle strade del Mediterraneo sono nate meraviglie, e, mi si perdoni la facile constatazione, è sempre dall’incontro di voci e tradizioni che prendono forma ibridi affascinanti come questo disco. La cui urgenza non è, anche per sua stessa natura, inferiore a nessun disco uscito di recente.
È un buio caldo, lo Scuro Cauru, a fare da scenografia alle canzoni di Lesuisse, che sembrano scivolare in strada da un balcone nelle notti afose o arrivare da lontanissimo come il canto di un muezzin nel reticolo di una medina (o della Kalsa palermitana). Ancora una volta sospese nel tempo, talvolta intrecciano sonorità dubstep quasi fossero carpite da una macchina che passa (Notti Ruffiana), altrove nel solco maghrebino già tracciato da Chi ci talia? (è il caso di ‘A Sira), oppure ancora vere e proprie gemme folk dal conturbante vestito scuro (la meravigliosa ‘U Cantu Scuru – vero e proprio racconto quasi per sinestesia – Giannina,).
Nella notte calda c’è anche spazio per le danze, seppure mai davvero spensierate, e infatti sotto i beat di Saitta pi Saitta si agita una chitarra strisciante pronta a punire il ballerino distratto. In chiusura è Lu Focu di la Paglia che mette il sigillo alla notte, drammatico epilogo e insieme omaggio a una delle più grandi cantrici popolari siciliane, Rosa Balistreri.
Perdersi tra le strade dei Crimi può sembrare ostico: come in tutti i labirinti spesso si gira in tondo, si è spesso al punto di partenza. Ma presto o tardi la città si delinea davanti ai nostri occhi, e ogni strada già vista è piena di dettagli nuovi: un vetro rotto sul marciapiede, un lampione storto che frigge nel buio, una scatola di cartone che si agita nel vento caldo della notte.
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