Recensioni

Immaginiamo che siano gli anni ’10 del secolo scorso e di trovarci al Cabaret Voltaire di Zurigo. Con tutta probabilità avremmo assistito ad esibizioni di strane danze, magari accompagnate da accordi dissonanti e ritmi provenienti da mondi lontani e forse mai esistiti. Se proprio in quei luoghi il dadaismo nasceva per spezzare i ponti con i vecchi standard in campo culturale e dar corpo alla bellezza della stravaganza, oltre cento anni dopo l’eco degli elementi di quel periodo così importante per il secolo breve si avvertono nitidamente in Tropico, il nuovo album del Collettivo Ginsberg, fuori dopo tre anni di silenzio della band. Il loro disco d’esordio, Asa Nisi Masa (2013), era un disco sincretico, tribale, rétro, seducente e inafferrabile che si muoveva su un piano oscuro ma il cui punto di vista era quello di un’osservazione dal di fuori. Al contrario, Tropico sposta la percezione sui sentimenti personali, declinati all’interno di una esplosiva babele in technicolor.
Sono proprio gli stessi artisti ad affermare che «il disco nasce da una visione : vedere la gente ballare e cantare muovendosi tra funk, blues, rock, samba e mamboo voodoo». Vedendo il video di Primavera Mambo ci accorgiamo di quanto tutto questo sia vero, un ballo su tonalità vintage che racchiude una visione del mondo gioiosamente nichilista. Partendo da qui seguono a cascata Metti che, Nella notte del mondo (due interpretazioni di poesie dialettali, rispettivamente di Raffaello Baldini e Aldo Spallicci) e Danza macabra, che racchiudono i momenti più danzerecci dell’intero lavoro. In maniera speculare poi, e a freno tirato, si palesano inserti riflessivi come La strada dei mulini a vento (profonda riflessione sull’infelicità), Portami con te (ballad dall’incedere quasi new wave), Visioni a colazione.
Le dieci tracce di Tropico ci portano in una provincia che non esiste più, tra duro lavoro e usanze popolari, ma lasciano spazio anche al disagio dell’uomo moderno tra insoddisfazione e incompletezza. Anche la copertina (Safari, di Domenico Demattia) richiama, come nei dipinti di Antonio Ligabue, nostalgia e violenza ancestrale, a memento delle nostre origini. Se Tropico viene ascoltato dopo qualcosa di Robert Wyatt (Matching Mole, Soft Machine), Kevin Ayers o Daevid Allen ci si rende conto di quanto ancora, come in passato, le influenze del jazz, del rythm and blues e più in generale della musica d’avanguardia riescano a creare album tanto iconici e ispirati. Non pensiamo che Tropico sia un lavoro riuscito al 100%, ma qui è l’inconsueto a fungere da valore aggiunto e il nostalgico saluto all’Italia del boom è un accogliente coperta sotto cui rifugiarsi.
Lo scenario che il Collettivo vuole ricreare è puramente dadaista, un manifesto della stravaganza che calzerebbe perfettamente nelle pellicole di Fellini come in quelle di Sorrentino. Un ponte tra passato e presente pieno di contaminazioni ma ancorato a due capisaldi importantissimi: spiritualità e territorio.
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