Recensioni

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Complice lo status di “leggende viventi” della scena elettronica internazionale, unito alla proverbiale lentezza della coppia inglese nel dare concretezza ai propri progetti discografici, la pubblicazione di un nuovo album firmato Coldcut costituisce, di per sé, una sorta di piccolo evento. Genitori indiscussi di (quasi) tutta la musica elettronica di consumo oggi in circolazione, Jonathan More e Matt Black hanno rappresentato il punto di riferimento stilistico/imprenditoriale ideale per un’intera generazione di produttori dance, dando vita a quel fantastico compromesso tra business ed arte che risponde al nome di Ninja Tune.

Oltremodo eclettici nella loro proiezione discografica, i Coldcut hanno sempre stupito per la facilità e la spontaneità con la quale riuscivano a far dialogare i generi ed i personaggi più disparati, passando con invidiabile noncuranza da un brano in compagnia di Jello Biafra ad una marchetta con Lisa Stansfield. Una scelta, quella di fare musica rimanendo immuni da qualsiasi tipo di condizionamento stilistico, che sta alla base anche del nuovo Sound Mirrors, album che segna il ritorno in campo a circa nove anni di distanza dall’uscita del precedente Let Us Play.

Purtroppo, ciò che una volta appariva come il tratto distintivo del Coldcut/sound, si è oggi trasformato nel limite più grande della coppia, incapace di evolvere il proprio gioco ad incastri verso soluzioni realmente originali. La stanca proposizione di abusati canovacci house electro, ambient poetry e break hip hop ed un’inutile, quanto irritante, ricerca di guest star di richiamo, da Jon Spencer ad Annette Peacock, sono le testimonianze reali del profondo vuoto creativo nel quale i Coldcut sono precipitati. Neanche brani di indubbio livello come la pulsante Boogieman oppure le conclusive Colours The Soul e Sound Mirrors, sono sufficienti per risollevare le sorti di un album che, lungamente atteso e meditato, ha finito con il dimostrarsi una delle delusioni più grandi degli ultimi anni, triste commiato per una delle coppie più sinceramente spavalde del firmamento musicale.

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