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7.5

Immaginate di nascere e crescere a Manchester tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta. L’industria è al collasso, le fabbriche chiudono una dopo l’altra, l’aria è irrespirabile e non solo per via dell’inquinamento: è l’atmosfera generale che puzza di morte, disoccupazione, noia tossica, microcriminalità e Margaret Thatcher. Non c’è molto da fare, e soprattutto non c’è niente da aspettare. La città è un relitto postindustriale ancorato alla sua stessa rovina, e il massimo della trasgressione per un ragazzo di quartiere è spaccare una vetrina o sniffare colla sul retro di un autobus.

Poi arriva il punk. O meglio: arrivano i Sex Pistols, in una sera piovosa del 1976 alla Lesser Free Trade Hall, e qualcosa esplode. Ne avete sicuramente già letto. Ci hanno scritto libri, fatto film e documentari, podcast su quella sera. Eppure è così e questo aneddoto non stanca mai. Rotten e co. si esibiscono davanti a poche decine di giovani, ma tutti quei giovani da lì in poi faranno qualcosa di fondamentale per la scena musicale non solo della città, ma di tutto il paese (e del mondo). C’erano i Buzzcocks e i Warsaw (poi Joy Division), c’era Morrissey, ma non Johnny Marr; c’era addirittura Mick Hucknall dei Simply Red. Soprattutto, tra le poche decine di presenti c’è un giovane presentatore della TV locale, Tony Wilson, che da quel momento decide di abbandonare qualsiasi parvenza di carriera convenzionale e dare alla città un nuovo spazio di creazione culturale.

Nasce così la Factory Records, un’operazione a metà tra avanguardia e follia imprenditoriale, il cui manifesto è la libertà creativa assoluta. Nessun contratto, solo gentlemen’s agreements firmati col sangue, artwork che costano più del disco, manager che sembrano capirne ancora meno delle band. Da lì in poi è tutta una corsa: Joy DivisionA Certain Ratio, Durutti Column, i New Order.

Manchester diventa così l’anti-Londra. Una nuova capitale culturale fatta di malinconia, rabbia post-industriale, bassi distorti e sperimentazione. Una città che si reinventa con l’estetica DIY, con i club scassati, con le prime drum machine che girano tra le mani di ventenni disoccupati. E poi, nel 1982, arriva l’Haçienda. Un’astronave modernista nel bel mezzo di un quartiere che sembra uscito da Blade Runner, dove si balla l’acid house, si assumono droghe sintetiche ancora senza nome, si ascoltano dischi importati da Detroit e Chicago. È la Second Summer of Love, un fenomeno tutto british che si espanderà a macchia d’olio in tutta Europa e non solo. L’estate in cui l’uomo bianco inizia a ballare e tifosi di squadre avversarie lasciano le birre al bancone per abbracciarsi sotto l’effetto dell’E. In questo contesto surreale di rave proletari sotto le insegne della rovina urbana, nasce la parabola degli Happy Mondays.

Non sono i più bravi, non sono i più belli, non sono praticamente mai in controllo di sé. Proprio per questo, sono perfetti. Un gruppo di scansafatiche di Salford guidato da Shaun Ryder, uno che ha letto Burroughs solo perché gliel’ha detto qualcuno, ma che possiede l’istinto del poeta tossico e la faccia da eroe working class. Con lui c’è il fratello Paul (al basso), il chitarrista Mark Day, il batterista Gaz Whelan e soprattutto Bez, che non suona nulla ma balla sul palco come se dovesse esorcizzare il sistema solare. Tra di loro c’è una chimica, nel senso più letterale del termine. Che non funziona sempre, ma quando funziona riesce a essere l’orizzonte di un mondo nuovo.

Il loro terzo album, Pills ‘n’ Thrills and Bellyaches, è forse l’unico vero momento in cui tutto — le droghe, la scena, la Factory, la stampa, le chitarre e le drum machine — sembra allinearsi. Registrato a Los Angeles e a Londra nel 1990 con Paul Oakenfold e Steve Osborne alla produzione (due nomi che parlano chiaro: rave, club culture, Ibiza), il disco è una tempesta di funk scassato, testi allucinati e pezzi che sembrano usciti da un night club improvvisato e in continua evoluzione. La cosa straordinaria è il sound che ne viene fuori: non c’è patina, è tutto sgangherato, debosciato, un po’ casuale ma il risultato è un groove portato alla sua essenza. Una sorta di Chic bianchi, meno tecnici e il cui orizzonte è la festa del centro culturale del quartiere. Un gesto che fa capire a tutti come il punk non sia una questione di genere musicale ma di attitudine al gesto e approccio alla composizione. Tra l’altro, pare che il suono così particolare delle canzoni arrivi anche dal fatto che moltissimi degli strumenti usati fossero rotti o malfunzionanti. Questa “instabilità” creava però imperfezioni ritmiche o sbavature armoniche che furono mantenute perché aggiungevano carattere. Sembra di sentire parlare di Glenn Branca, i Can o William Basinski, e invece sono una manica di cazzoni di Manchester che per una particolare congiuntura storica hanno fatto musica incredibile. In Grandbag’s Funeral, alcune note synth sembrano stonate o rallentate: era la tastiera che stava andando in pezzi.

Brani come Kinky AfroStep On e Loose Fit sono inni da pista, ma sgangherati, storti, mezzi ballabili e tutti sbronzi. Shaun Ryder sputa versi come un Mark E. Smith con più serotonina, lanciando riferimenti che vanno da Sinatra a tabloid di terza fascia, con la naturalezza di chi si è costruito una mitologia e una cultura popolare a colpi di trip. Il suono è ibrido, collassa il pop e il groove, prende in prestito il campionamento, le linee di basso e le tastiere balearic e le plasma in una forma che ha più a che fare con il delirio che con la composizione.

Ma Pills ‘n’ Thrills è un disco più importante che riuscito. Non perché manchi di qualità — tutt’altro — ma perché è una capsula temporale. È la fotografia perfetta di un momento in cui la musica britannica non si chiede più se scegliere tra mainstream e underground, tra chitarre e beat, e prova a diventare qualcos’altro. Gli Happy Mondays sono tra i gruppi che hanno aperto la strada a tutto quello che — soprattutto da Manchester — verrà dopo: gli Stone Roses, i Primal Scream di Screamadelica, i Blur dei primi anni, l’intera estetica Madchester che trasformerà il grigiore urbano in un’esplosione di colore e di psichedelia da rave. Non a caso, il gruppo sarà anche una delle ragioni del collasso della Factory: una label che ha cambiato il mondo ma non ha mai capito come far quadrare i conti. Un paradosso perfetto.

Shaun Ryder non è mai stato un profeta — anche se nel meraviglioso film 24 Hours Party People di Michael Winterbottom il Tony Wilson interpretato da Steve Coogan paragona la sua penna a quella del poeta William Butler Yates (e aveva ragione) — ma è stato un messaggero perfetto di un’epoca di transizione per una città, per una classe sociale che non chiedeva altro che una via di fuga che non fosse solo velocità, rumore, chitarre elettriche distorte, urla e sputi. Non a caso, lo spettro artistico di Manchester negli anni Ottanta include Magazine e Happy MondaysA Certain Ratio e Smiths

Il suo messaggio non poteva che essere così confuso e raffazzonato, un patchwork di stimoli, immagini e folgorazioni anche perché durante la registrazione di Pills ‘n’ Thrills and Bellyaches, Shaun Ryder arrivava in studio spesso senza aver scritto i testi, o comunque incapace di ricordarli. Per questo Oakenfold e Osborne decisero di registrare le prime take vocali, spesso improvvisate e incoerenti, perché erano le uniche “spontanee” e suonavano bene. La particolarità della “poetica” di Ryder stava proprio nel frammento, nell’invenzione e nello spontaneismo. Quando il fare le cose “a caso” diventa arte nella sua purezza più dirompente.

Pills ‘n’ Thrills and Bellyaches è il suono di una fuga frenetica, sbagliata e potentissima dalla quotidianità, un’invenzione di un mondo nuovo. È anche un manifesto istantaneo di come ogni gloria sia passeggera, perché gli Happy Mondays non torneranno mai più a quei livelli. Il disco successivo, Yes Please, fu una catastrofe: registrato alle Barbados, con la band fuori controllo, in crisi di astinenza e senza una guida, non riuscì a replicare il successo del precedente e, al di là di alcuni guizzi come Stinkin’ Thinkin’, artisticamente non era all’altezza del nome che la band si era conquistata.

La storia degli Happy Mondays e di Shaun Ryder è la metafora perfetta di un’epoca in cui l’approccio era completamente privo di calcoli, interessi e pianificazioni. Venivano dalla working class, conquistarono successo e denaro, volevano tutto e subito, ma non riuscirono a costruire nulla di duraturo, finendo sul lastrico. Qualche anno fa, lo stesso Ryder era ridotto davvero male: senza soldi, con problemi di salute e senza alcuna prospettiva. Un no future che non ha nulla di estetico, ma rappresenta un’adesione totale, con tutte le conseguenze del caso. Un ritratto perfetto di quella Manchester.

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