Recensioni

Alessandro Pogliani: Allora Alessia, tu che hai già visto altri C2C, come valuti questa edizione?
Alessia Zinnari: Nel suo complesso si è rivelata degna delle aspettative, confermando ancora una volta il Club To Club come miglior festival italiano di musica elettronica. Una line-up ricchissima e come sempre di buon gusto, con perle che aspettavamo da tempo (Fatima Al Qadiri, Vessel, Ben UFO & Ron Morelli, Talaboman), che però a tratti è sembrata tendere eccessivamente verso l’hip-hop/trap/R&B (Evian Christ, Kelela, Future Brown) o presentare nomi che per certi appassionati del genere potrebbero essere ormai “noiosi” o perlomeno “già visti” (Caribou, Apparat, l’onnipresente Kode9). Nota positiva, senza dubbio la maggiore attenzione verso gli artisti italiani, che finalmente possiamo cominciare a vantare anche a livello internazionale (Lorenzo Senni, Vaghe Stelle, Dave Saved, per dirne alcuni), per la gioia di quella parte di pubblico/critica che viene dall’estero e che giustamente si aspetta di godere dei sapori locali, non solo gastronomicamente parlando.
P.: Anch’io, debuttante del C2C, ho tutto sommato apprezzato. Non mi sento di stilare graduatorie tra i festival d’Italia, e non ho neanche visto tutto: solo le due notti clou al Lingotto, più una puntata all’Absolut Symposium nel pomeriggio di sabato. Limitandomi al Lingotto: peccato per l’impianto audio non impeccabile e la forte disparità degli spazi approntati, ma l’impressione generale, anche a freddo, rimane soddisfacente. Cominciando con gli artisti italiani, venerdì ha aperto il portabandiera: a Franco Battiato e al suo progetto back-to-the-seventies il pubblico ha tributato il giusto omaggio. Esibizione a due tempi: il primo con recenti/vecchi esperimenti del gruppo di Joe Patti (con No U Turn e Propriedad Prohibida di 40 anni fa), il secondo con una selezione di hits (No Time No Space, E ti vengo a cercare, L’ombra della luce, tra gli altri) che con Voglio vederti danzare in versione EDM (!) ha inaspettatamente esaltato i clubbers.
Z.: In anni di partecipazione al C2C non avevo mai visto tanto trasporto da parte del pubblico per un artista, e soprattutto non avevo mai visto il Padiglione 1 così pieno alle nove di sera. La conclusione del maestro catanese con classici del vecchio repertorio non ha fatto che intensificare l’atmosfera da “concerto”, che ha totalmente cozzato, a seguire, con il live di Evian Christ, costringendoci a cambiare totalmente mood per poter apprezzare a dovere le doti del pupillo di Kayne West. E.C. domina letteralmente il main stage e riesce a sfruttarlo in tutte le sue potenzialità. Il nuovo visual-show che lo accompagna è degno di apprezzamento, con i suoi cinque pannelli luminosi in fila orizzontale che alternano immagini geometriche rigorosamente in bianco e nero, nascondendo la figura del producer (e intorno è subito un tripudio di “ma lui dov’è?“). Il set vede mescolarsi l’hip-hop dei più cattivi e la trap, il tutto costantemente condito da start’n’stop e da bassi vibranti – e qui tanto di cappello alla produzione – che hanno contribuito a calarci in un’atmosfera da ghetto forse troppo hardcore per essere collocata ad un orario così anticipato (erano le 23:00) e, c’è da dirlo, non proprio adatta a stare nel mezzo tra Battiato e i Jungle. Questi ultimi, attesissimi, fanno un buco nell’acqua. Dopo oltre 30 minuti di estenuante cambio palco, il live si struttura in quattro brani (Time, The Heat, Platoon, Julia) inframmezzati da interruzioni, con la successiva uscita di scena del gruppo tra scuse e bestemmie per i problemi tecnici che ne hanno impedito l’esibizione.
P.: Io intanto mi ero “fiondato” nella Sala Rossa, a prendere la prima fila (impresa facile: eravano in pochi) per gustarmi il set one-girl-band di Jessy Lanza: show intimo ed emozionante, impeccabilmente interpretato dallo scricciolo canadese, molto meno blasée e chanteuse fatale rispetto alle immagini ufficiali, ma sempre trasudante padronanza e know how. Seguono quei mattacchioni dei Ninos Du Brasil: Niccolò Fortuni e Nico Vascellari, il giorno dopo la performance a cavalcioni sul guardrail per Artissima, sono incontenibili (crowd surfing compreso) nella loro divertente trance da batucada noise.
Z.: Dopo la delusione Jungle ci spostiamo di corsa in Sala Rossa, vuota per due terzi – sul palco principale ha appena iniziato Caribou – ma non per questo meno calda: la bellissima Kelela è on stage, e ha addosso poco più di un completo di intimo nero; sotto cassa è pieno di interessati ascoltatori di sesso maschile. Nonostante l’utilizzo un po’ forzato di voci campionate, distinguiamo la validità del suo timbro soul e ne apprezziamo la comunicatività. Anche le basi sono ben studiate, dentro c’è trap, grime, R&B, house, e tutto quello che stiamo ascoltando – spiega lei – lo troveremo nel disco nuovo in prossima uscita.
P.: Tra gli interessati ascoltatori sotto cassa c’ero anch’io! Il mio programma prevedeva solo qualche minuto con Kelela per poi tornare al Padiglione 1 per Caribou, ma mi sono lasciato conquistare dall’impatto sexy e trascinante dell’americana e non ho avuto la forza di piantarla in asso. Dello show di Caribou ho fatto solo in tempo a vedere il featuring di Jessy Lanza per una versione un po’ spaesata di Second Chance, peraltro ottima canzone da Our Love, e il finale fin troppo telefonato con Sun da Swim. Rientro in Sala Rossa, dove Fatima Al Qadiri sta ultimando il suo DJ set.
Z.: A colpi di hip-hop misto a dance latinoamericana/araba e sample orientali evocativi del suo ultimo Asiatisch, Fatima regala un’ora di set esotico e indefinibile, sicuramente piacevole ma nulla di più. Il set della Al Qadiri non stupisce, anzi, lascia un amaro in bocca che verrà ripulito solo in seguito dalla première mondiale UFO & Morelli. O comunque nulla di paragonabile alle potenzialità di un suo live.
P.: Il back-to-back di Ben UFO e Ron Morelli era la cosa sulla quale preventivamente riponevo più aspettative, e malgrado l’asticella fosse tarata in alto, il risultato ha ripagato le attese: i due consegnano un set super, teso ma fluido, di hard techno e ghetto house. Ma la scelta della Sala Rossa si dimostra qui clamorosamente sottodimensionata: il sovraffollamento e la conseguente temperatura asfissiante ci costringono ad abbandonare il campo…
Z.: …con la conseguenza di dover perdere Millie & Andrea, sui quali io riponevo grandi aspettative!
P.: Il sabato del mio Club To Club è cominciato all’AC Torino, sede dell’Absolut Symposium: piacevole headquarter allargato, con live set – nella serata in questione c’era la svedese Fatima con il suo lounge soul, piacevole ma non memorabile – jam rooms, talk shows e piccola giostra in giardino. Nell’occasione ho avuto modo di provare il SubPac, lo schienale sub-woofer già offerto in versione speciale firmata Plastikman: la transduzione fisica delle frequenze basse risulta abbastanza posticcia, siamo ancora in area gadget da playstation, ma confidiamo nelle prossime release. Entrare tra i primi al Lingotto dà il vantaggio di trovarsi in prima fila davanti al Main Stage, di fronte al maestro Luke Vibert, che per noi pochi intimi early comer allestisce un compendio di acid techno house anni novanta da manuale: I Love Acid, LFO, Aphex…
Z.: Dopo l’apertura di Vibert l’area in prossimità del palco principale comincia a popolarsi, sono le 22.30 e comincia il live di Clark, che ci presenta il disco omonimo fresco di uscita per Warp. Le atmosfere postindustriali che evoca vengono caricate dai nuovi visual creati con un oscillatore, che dopo la prima mezz’ora cominciano a farsi piatti mentre il live rimane di nostro gradimento: piacevole, preciso ed equilibrato, un viaggio ad occhi chiusi ideale per prepararsi alla parte più calda della serata.
P.: Nel frattempo io ho approfittato per fare una puntata nella Sala Rossa, per il set dei misteriosi Tiger & Woods, duo italiano portatore sano di old school house e reminiscenze eighties post-disco.
Z.: I Future Brown (supergruppo composto da Fatima Al Qadiri, gli Nguzunguzu e J-Cush, più l’MC grime Prince Rapid) si rivelano l’esibizione meno gradita dell’intero festival. Sequenza di brani poco strutturata, atmosfera spenta sia sul palco – se non fosse per gli spettacolari visual 3D – sia fra il pubblico. In sostanza, abbiamo l’impressione che sul main stage ci siano cinque nomi noti del panorama electro contemporaneo, che non hanno idea di cosa stiano facendo insieme là sopra. Le speranze sono da riporre nell’album, già annunciato da Warp, che sicuramente riserverà sorprese più piacevoli. Visionist in Sala Rossa ci riporta nuovamente alle contaminazioni hip-hop, trap e grime più heavy, ricreando magistralmente – anche grazie alla venue che si presta bene – l’immaginario da basement intimo di club underground.
P.: E arriva il momento del capofila del cartellone del C2C 2014: lo show di SBTRKT non delude ma neppure stupisce. Manca il fido Sampha, e praticamente tutte le tracce vocali sono preregistrate. Il semimascherato Aaron Jerome Foulds, accompagnato da un batterista e da una percussionista non troppo incisivi, si industria ad infiocchettare con theremin e altre macchine analogiche un “best of” dai suoi due album: le canzoni rimangono pregevoli, ma la resa live, complice un impianto audio teso ai limiti delle sue possibilità, non è al top. Il pubblico apprezza, io pago pegno all’età che avanza e mi ritiro. Largo ai giovani!
Z.: La tripletta targata #BERLINWALL25 (Apparat, Recondite, Marcel Dettmann) è sicuramente di nostro gradimento, e potrebbe catalogarsi come uno dei momenti più alti di questa edizione, se non fosse che, proprio tra Recondite e Dettmann, l’impianto ha cominciato inesorabilmente a cedere. Recondite è forse il miglior live della serata. Nel set seleziona brani dal nuovissimo album, Iffy, e li alterna a brani più vecchi in piena scuola berlinese, rimarcando la sua appartenenza al collettivo/etichetta Dystopian. A questo punto sono le 4:00 e il Padiglione 1 è scosso dalla cassa dritta di una techno scura in stile Berghain. Per chi ama sonorità alla Function o Rødhåd e per chi apprezza la commistione tra atmosfere dark techno e spunti dancefloor, si parla di pieno godimento dei sensi. Malgrado le défaillance tecniche, Marcel Dettmann ha continuato a suonare fino alle 6.20, con ben due bis a grande richiesta di pubblico. Set totalmente techno in cassa dritta davvero godibile e perfetto per una chiusura in stile berlinese che era sicuramente quello a cui miravano gli organizzatori.
Domenica la sezione “Tanz Salvario” ha riservato belle sorprese: nel pomeriggio, molto carino il mercatino vintage in Piazza Madama, pieno di gente nonostante la pioggia. Atmosfera da post-festival ma ancora gioiosa, con un dj-set dancehall in mezzo alla piazza, ideale per riprendersi dall’hangover e smaltire la tristezza da fine weekend. Molto interessanti i set all’interno dell’intimo basement dell’Astoria, dove ci si è ritrovati con i più accaniti follower del festival, che ancora non ne avevano avuto abbastanza di shakerare i didietro sotto cassa a tempo di 4/4. Le performance più gradite sono state quelle di Haf Haf e del napoletano Dave Saved, che ha riempito la sala. Morphosis alla fine ha chiuso con un set un po’ troppo sperimentale per quelli che erano i presupposti della serata, manipolando il suo Roland TR 808 a favore di un noise controtempo contaminato da campionamenti orientali, il tutto davvero difficile da seguire a quell’ora di domenica e soprattutto dopo il più ballabile set techno di Saved. Tutti gli eventi organizzati nel quartiere di San Salvario sono comunque risultati ben gestiti e partecipati, a dimostrazione che a seguire il Club To Club è un pubblico che, h24, è preciso, colto, curioso.
Amazon




