Recensioni

In una scena di Invictus il capitano della nazionale Francois Pienaar, interpretato da Matt Damon, guarda all’imbrunire dalla finestra della sua camera; è la sera che precede la giornata dell’incontro con gli All Blacks e il suo pensiero, presumibilmente, corre in avanti per cercare la giusta concentrazione. La battuta successiva, invece, ci dimostra che siamo in errore: sta pensando al passato di un altro uomo, un suo nemico, che ora sta facendo il tifo per lui. Che importanza ha, quindi, quella partita di rugby che si deve disputare il giorno dopo di fronte alla forza portentosa della vita di quell’uomo? Il suo perdono, dopo 27 anni di carcere?
Nessuna impresa sportiva può eguagliare la forza di quella vita che spinge in avanti, imperterrita, intrepida. Allo stesso modo dovremmo intendere questo film: ben lungi dall’essere cinema sportivo, questo è un film sulla salvezza e sulla riconciliazione rappresentate dalla vita di un uomo. Il suo insegnamento, radicalmente rivoluzionario, di “porgere al nemico l’altra guancia“ – ovvero playing the enemy – è, prima ancora che astuto e sottile, anticonformista e scandaloso. Lo scandalo del suo pensiero lo si vede dipinto sulle facce dei suoi stessi sostenitori quando Nelson Mandela irrompe, con la consueta gentilezza, alla riunione della confederazione sportiva dei neri. Mettere da parte la rabbia, le offese, le intolleranze, la misera strategia della “tifoseria contro“ ha la forza rivoluzionaria di abbattere una barriera.
Utilizzare strategicamente lo sport per fare una rivoluzione equivale a spezzare una catena e astutamente lavorare al fianco il nemico. Le armi sono la ferocia della gentilezza e il potere carismatico della calma. Non è, forse, questo, un insegnamento da cui dovremmo tutti trarre giovamento, soprattutto oggi? Non è, forse, molto più rivoluzionaria questa lotta? Così stupisce la fiducia che Mandela nutre nella forza e nell’unione del suo popolo da lui definito “famiglia“. E come è attraente e carismatica la sua compostezza quando, per esempio, all’inizio del film ci aspettiamo che il furgoncino che si muove concitato nasconda un pericolo. Invece il furgoncino porta solo giornali i cui titoli, in prima pagina, echeggiano i repentini cambi d’opinione cui è sottoposto un leader (in questo caso il pensiero vola all’America di Obama, prima osannato poi già criticato). Smart lad, to slip betimes away/ from fields where glory does not stay/ and early though the laurel grows/ it withers quicker than the rose scriveva A. E. Housman per consolare dalla morte prematura di un giovane atleta che poteva così risparmiarsi il destino di perdere altrettanto velocemente la fama che si era procurato. Del resto l’America attuale sembra essere invocata anche dai riferimenti alla situazione economica e sociale stagnante nella quale Mandela si trova ad operare all’inizio degli anni 90. I parallelismi – lo sappiamo – spesso portano ad una visione troppo superficiale della Storia, si limitano agli effetti e, quel che è peggio, diventano ideologia. Ma non credo che Clint Eastwood abbia ceduto a questo meccanismo. Così mi sembra che, in fondo, il nostro regista – aiutato da Morgan Freeman – abbia voluto soprattutto, umilmente, raccontare la storia di un Uomo più che la Storia. Una figura che possa funzionare come un punto di riferimento e una speranza in un contesto storico soffocato da paure (ecco il riferimento ai possibili attentati) e cedimenti, debolezze e atti di forza tanto arroganti quanto inutili. Dopo Gran Torino una poetica del genere spiazza e nello stesso tempo, paradossalmente, porta a compimento, si fa segno di un percorso registico che continuamente ci sorprende e non finisce mai di evolvere.
Non confondiamo umiltà (classicismo, rigore) con senilità. Invictus non manca di scelte forti di regia: nella prima scena, per esempio, vediamo i due campi sportivi divisi dalla strada dove passa l’auto con a bordo Mandela, appena uscito di prigione. Basta un solo, dolce e sinuoso movimento di macchina per scoprire due mondi completamente opposti che andranno lentamente a fondersi l’uno nell’altro nel corso del film. Le note musicali sottili e cadenzate rappresentano perfettamente questo gentile lavoro di continua ispirazione. Il ralenti finale che dilata il tempo prima sincopato. La scenografia luminosamente bianca come a ribadire la superiorità di un colore; quella luce che nelle scene finali è quella del sole che illumina la partita e la coppa sollevata. Riusciamo ancora a distinguere il nero dal bianco, o è solo luce? …but the Horror of the shade/ and yet the menace of the years/ finds, and shall find me, unafraid (William Ernest Henley).
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