Recensioni

7.2

Un solo battito di ciglia sembra esserci stato tra Love In Exile e questo Ain’t No Lies In Blood, tanta e tale è la forza e la violenza sprigionata dalla formazione americana. Nel mezzo una quindicina d’anni e giusto un paio di compilation: Diabolical Boogie e soprattutto The Murder Of Time, che come dicevamo all’epoca dell’uscita, fungeva da apripista al rientro nei ranghi.

Rientro che annulla lo iato e ripropone la formazione di Peter Aaron, William G. Weber, Bob Bert e Jerry Teel ai soliti, eccellenti livelli. Un ballo sanguigno e viscerale come d’ordinanza, tra blues distorto, noise-rock ipervitaminizzato e attitudine garage di gran classe. L’inizio è folgorante e rende l’idea di come i quattro volponi sappiano sparare le proprie frecce: l’ossessione stomp-garage di I’m Trash, il catrame che riempie la sensualità blues’n’roll di Rubber Rat, il bluesaccio malefico e posseduto di Star To Star manderebbero al tappeto chiunque, presente e passato, epigoni e stanchi sopravvissuti. L’assalto all’arma bianca di Living/Dead (slide, ritmo assassino e urla belluine) e Broken Hearted King (prendi il blues e passalo in centrifuga) e la lancinante litania di Let It Ring non sono da meno e mantengono alta tensione e creatività.

Le tre cover poste in chiosa di lavoro dicono poi della capacità dei quattro di non fossilizzarsi sui cliché di genere: i Libertines (non quei Libertines) della scazzona Black Garage Rock, il country di '50s French Movie che fu di Carrie Rodriguez trasformata in uno sguaiato inno da bar del Lower East Side, e i Byrds di Lover Of The Bayou trasfigurati in un sabba di spie al rosso da 10 minuti pieni, danno la misura di una band tornata esclusivamente per passione. E con molto ancora da dire.

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