Recensioni

Ci sono delle convergenze che a un certo punto sono nell’aria. I più svelti, i più sagaci, i più visionari – o anche i più scaltri, e comunque tutti quegli artisti che sono i più abili a dare a quella chimica immaginata la formula che tutti, musicisti e pubblico, inconsciamente cercavano e stavano aspettando: a loro il privilegio, cercato e meritato, di realizzare i dischi che diventano il simbolo di un’epoca. Sono pionieri ma anche un po’ segugi dal fiuto formidabile, perché sanno (di) essere in sintonia con i loro tempi e in anticipo sulle tracce di cui sono già disseminati; e così sanno raccogliere i frutti delle idee che aleggiavano nell’aere in attesa di qualcuno che le trasformasse in un impianto sonico ad alta densità di impatto. Tanto più merito se poi sanno andare oltre, dando al tutto anche la propria forma, con un proprio stile e delle proprie architetture (le costruzioni sonore di un presente iperattuale e futuribile ancorché memore del passato che sa rielaborare a modo suo). L’identikit che abbiamo tracciato in astratto corrisponde perfettamente a quanto fatto dai Chemical Brothers con il secondo album Dig Your Own Hole.
Ed Simons e Tom Rowlands, prima ancora che trend setter delle nuove commistioni tra dance e rock, erano coscienti eredi delle due summer of love del 1966 e del 1988 – quella della psichedelia originale (che hanno sempre richiamato con sample e citazioni iconografiche e non), e quella dell’acid house (di cui erano tra i postumi le ancora timide e derivative elaborazioni degli Ariel, la band in cui Tom Rowlands militava prima di trovare nel progetto chimico la sua vera dimensione). Questione di (al)chemical beats e di attitudine, che il duo inglese da subito sviluppa, con l’intuito che lo contraddistingue e una cultura musicale di ampi orizzonti. Lo fa a onor del vero in maniera accelerata e quasi fulminea. Succede tutto in un’estate – un’altra estate –, quella del 1994, quando i mix ormai leggendari che Rowlands e Simons si inventano per l’Heavenly Sunday Social arrivano a plasmare proprio una di quelle convergenze epocali di cui si diceva prima, determinandone le immaginifiche-magnifiche sorti progressive. Così imbeccano il big beat e danno slancio e respiro – autoriale e autorevole – a un nuovo crossover tra rock e dance elettronica, che aggiorna su modulazioni più hardcore, se mi si permette il termine, gli incontri di e(c)statici sensi che avevano contraddistinto l’indie dance di fine anni ’80 e inizio anni ’90 – da Madchester alla sintesi visionaria di un disco come Screamadelica (il cui mastermind Andrew Weatherhall aveva scoperto e promosso i due mancuniani quando ancora si facevano chiamare Dust Brothers in omaggio al duo di produttori che aveva seguito i Beastie Boys ai tempi di Paul’s Boutique).
Se Exit Planet Dust, uscito nel 1995, era la perfetta colonna sonora per un weekend postmoderno speso sulle piste da ballo, Dig Your Own Hole è il vero epocale pezzo da (anni) novanta, il congegno pop che manda in orbita musica e autori e li colloca in uno spazio che è tutto loro, a brillare del proprio carattere al di là di qualunque tendenza in cui li si poteva e può ancora catalogare. I Chemical Brothers cambiano poco o nulla della formula precedente, la perfezionano soltanto – nelle costruzioni song-oriented come nel massimalismo ritmico di marca breakbeat-house-techno. Setting Sun da questa prospettiva è il singolo perfetto, non solo perché fa leva sull’ospitata di Noel Gallagher, in quel momento il rocker brit più in vista. I due fratellini chimici si agganciano al pezzo che li aveva lanciati, Song to the Siren, e al loro stesso medley tra Chemical Beats e Tomorrow Never Knows per creare il cyber-raga della generazione rave. Per prima cosa replicano idealmente il sample vocale dei This Mortal Coil che ora è diventato un riff-teaser strumentale, poi fanno risuonare l’eco (sempre idealmente, e occhio agli avvocati, che ci provarono ma non l’ebbero vinta) dei tomtom dei Beatles dentro un breakbeat mostruoso facendoli (entrambi) rimbombare nelle casse, e infine, come tante ciliegine su una torta acida ma zuccherina al punto giusto, ci aggiungono le solite sirene atonali, un sitar alieno, effetti electro assordanti, pure una punta di dub luciferino… Un trip concentrato che, come prevedibile, è destinato a spaccare le classifiche.
Altre guest stars dal mondo del rock e dintorni incidono su due pezzi che sono sicuramente tra i migliori della scaletta. C’è ancora Beth Orton, ma Where Do I Begin non è Alive Alone parte seconda. Quella era un’ibrida dream house, qui al suono di quello che a sprazzi sembra un Nick Drake remixato prende forma un frammento estatico di ballad folk, inusualmente delicato, con i droni indianeggianti e i rumori a fare da cornice lisergica. E mentre la voce si avvita in un loop, un secondo tema entra in dissolvenza incrociata e annuncia il decollo della parte ritmica, che poi procede per conto suo. Il brano di elegante melodia è fondamentalmente un unicum, visto che Jonathan Donahue dei Mercury Rev si unisce al pandemonio di The Private Psychedelic Reel non per canzoneggiare ma per dare ancora più spinta psychedelica a un mantra techno-rock – in cui maestra di cerimonie non è la chitarra elettrica, bensì un simil-sitar a cui si aggiunge il clarinetto di Donahue. Apoteosi di fine disco. Nazioni musicali intere dentro il groove di una poderosa electro-jam apolide che potrebbe appartenere al dominio del funk come a quello del jazz, se non fosse fatta con le macchine – ma fa poi tanta differenza?
I brani più da dancefloor (non che gli altri non lo siano, lo sono eccome) formano invece i due grandi medley che tracciano la prima e la seconda parte del disco. Block Rockin’ Beats, una sorta di superfunkettone con un basso molleggiatissimo rubacchiato ai 23 Skidoo e una controparte di scratch supersonici, apre un primo blocco dedicato all’amore per l’hip-hop vecchia scuola, dove i sample di Schoolly D e Kool Herc sono uniti con un filo fluo alla moderna club culture, mentre è un funk tentacolare che si incarica di condurre felicemente la transizione (Piku fa un po’ storia a sé, cercando di mettere d’accordo techno-house, industrial, hip-hop e ambient works). Nel secondo quartetto simmetrico che si apre dopo Setting Sun è la techno – anche la più dura e robotica – il filo teso tra It Doesn’t Matter, con il suo incalzante charleston o i bassi ossessionanti di Don’t Stop the Rock prima che i soliti chemichal breaks e il sacro funk tornino a dettare il tempo in Get Up On It Like This e Lost in the K-Hole, in un’altra poliritmica e (sempre) poliedrica narrazione sonora.
Di quattro dischi pubblicati nel 1997, che hanno segnato la stagione del cossiddetto big beat e il boom di una elettrodance tanto rock-friendly (e album-oriented) da interessare anche chi con la EDM non aveva tutto questo feeling (chi scrive ne è un ottimo esempio), e soprattutto capace di arrivare alle masse, i Chemical Brothers – è vero – con il loro secondo album non hanno avuto lo stesso supersuccesso di Fatboy Slim o Prodigy (almeno da noi, quegli altri li conoscevano pure i tamarri che incontravi sul treno…) o che avrebbero avuto poi i Daft Punk (con cui i fratelli chimici già si remixavano a vicenda di fatto scambiandosi idee). Ma almeno per chi scrive, erano i più creativi e interessanti di tutta la compagnia. Quelli che, da un certo punto di vista, facevano storia a parte.
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