Recensioni

6.5

L’atto secondo di Ian Svenonius e dei suoi Chain And The Gang è una marcia indietro a tutta birra. Nella ricerca del nocciolo garage del soulrock, con punto di partenza New York, la combriccola non poteva che ritrovarsi nelle lande di una Motown svezzata e Dylan-iata.

Le tipiche dinamiche nuggets sono lì vicino, ma forse più che altro sfiorate: l’obiettivo sembra essere applicare una coolness asciuttissima propria del post-punk più secco e deciso alla tradizione blues-rock. Come se i Gang Of Four avessero lavorato con il blues al posto del funk. Ian è uno che va sul sicuro (yeh-yeh è il suo motto, come sottolineammo quando uscì Down With Liberty… Up With Chains), e replica come innumerevoli volte si è fatto un rito scanzonato, divertito come in un gioco di ruolo. Non a caso l’inno del disco è Detroit Music, ossatura con riff d’attacco hendrixiano.

In copertina Svevonius compare in manette e dietro le sbarre, ma in un completo che oltreoceano avrebbe fatto invidia a un mod. La metafora delle catene e della schiavitù sembra raccontarci la storia di un’intensità sanguigna – quella del rock, obviously – che non ha intenzione di uscire dal garage della Gang. Tutt’al più concede raffinati richiami ai declamatori della New Vision (Allen Ginsberg su tutti) nella title-track.

La bravura di Ian e soci è di confezionare il revival senza sembrare caricaturale. A queste condizioni, sappiamo benissimo quanto un prodotto come questo stia in piedi – e si venda – da solo. Ne hanno piena coscienza anche i ragazzi dei Dub Narcotic Studios e della K Recs, evidentemente.

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