Recensioni

Era il 2011 e Fabrizio Zampighi, parlando di Make Me A Picture Of The Sun, esordio di una appena ventenne Carlot-ta, lo definiva come esempio «di come si possa mettere ordine in una giovinezza esuberante mandando a mente quanto di meglio il cantautorato femminile abbia prodotto negli ultimi tempi: Tori Amos, Joanna Newsom, St. Vincent, ma anche le nostre Mimes Of Wine e Beatrice Antolini». Niente di più vero per un’artista che, a dispetto dell’età, univa alla freschezza una certa dose di sperimentazione e, soprattutto, ambizione. In questi sette anni Carlotta Sillano non ha mai disperso il suo QI creativo, ma ha fatto sempre in modo che fluisse libero tra collaborazioni di prestigio (Gilberto Gil, Rob Ellis), riconoscimenti importanti (campagne pubblicitarie, Premio Ciampi, Premio Tenco) e un secondo album pubblicato nel 2015 (Songs of mountain stream). Proprio quest’ultimo rivelava la sua parte più sperimentale e una mai celata passione per atmosfere barocche sempre a metà tra divertissement erudito e vena folk.
Tutto ciò, ampliato e incanalato in un flusso sempre più evocativo, ricompare in Murmure, il terzo lavoro in studio dell’artista vercellese. È lei stessa a fornire le coordinate per questo nuovo viaggio, affermando che «Murmure è il suono che l’aria produce quando entra nei polmoni»: non più il pianoforte quindi, ma lo strumento utilizzato per tradurre in musica tale sensazione diventa l’organo a canne, potente mezzo carico di forza vitale e in possesso di un proprio “respiro”. Murmure si sviluppa interamente su questo concetto di vitalità che fluisce tra persone e oggetti inanimati in una sorta di panteismo arcaico e inafferrabile. La produzione di Paul Evans (Björk, Sigur Rós, Damon Albarn) lascia il segno soprattutto nello spostamento progressivo del sound verso picchi algidi e distaccati, lasciando l’emotività dei vent’anni troppo spesso soffocata e isolata. Questa cortina di ferro trova voce in brani simbolo come Glaciers, Sparrow, Churches, dove la dark-wave cerca di incontrare il dream-pop creando un mélange che funziona solo a tratti. I momenti migliori restano quelli in cui la contaminazione riesce a contrastare il pensiero dominante: Samba Macabre (e il suo immaginario voodoo che impreziosisce l’uso dell’organo), Virgin Of The Noise (dove l’immaginario ecclesiastico nostrano si tinge di reale ed eleva il cantato di Carlot-ta a esperienza mistica) e Sputnik 5 (con il suo gustoso balletto di organo travestito da synth anni ’80).
Se è vero che progetti così coraggiosi mancano al pop italiano (se si escludono artisti come Laura Loriga o Giulia Sarno), è anche vero che calcare su determinati dettagli e riferimenti fa sì che qualcosa non arrivi pienamente, lasciando un’idea potenzialmente valida conchiusa in un’atmosfera troppo ecclesiastica e moderata. È esattamente quello che succede in Murmure, miglior produzione della carriera di Carlo-ta ma emotivamente troppo asciutta e velleitariamente post-moderna.
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