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Da qualche tempo il nome di Carlos Giffoni pareva sparito dai radar, eppure la sua influenza non era mai stata così evidente come negli ultimi anni, con i suoni dell’elettronica più estrema e rumorosa che hanno ormai raggiunto platee ampie, inaspettate e quasi mainstream. Di tutte queste derive avanguardiste, sperimentali e distorte, il venezuelano Carlos Giffoni può essere considerato a pieno titolo uno degli anticipatori: è stato lui ad avviare, per esempio, il fondamentale festival No Fun che si è tenuto a Brooklyn per ben sei anni, e sempre lui ha prodotto i primi album di un ancora sconosciuto Daniel Lopatin, ovvero il celebratissimo Oneohtrix Point Never.

Il nuovo Vain prende il titolo dal nome della protagonista di un film immaginario (che attualmente esiste solo nella testa di Giffoni, ma dovrebbe uscire anche in un adattamento a fumetti) di cui l’album è appunto colonna sonora, e arriva dopo una pausa insolita, di quasi sette anni, in cui il producer si è spostato da New York a Los Angeles: un trasferimento determinante per Vain, dove la componente desertica del panorama californiano si riflette ampiamente in un suono arioso, meno orientato al bruciante harsh-noise che ha sempre contraddistinto la produzione di Carlos.

Basterebbe l’ottima Erase the World, che in cinque minuti collega il prog-jazz spirituale e modulare di James Holden alla techno industriale di Kerridge, per confermare l’eccellenza di questo ritorno, ma tutte le nove tracce evidenziano una maestria e una genialità uniche, tutt’ora perfettamente intatte.

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