Recensioni

Dopo aver tradito prima l’affranta Patria accasandosi presso le scintillanti passerelle parigine, poi l’idea che una modella – per qualcuno LA modella – potesse dedicarsi al folk-pop con esiti tutto sommato lusinghieri (indipendentemente dal fatto che Quelqu’un M’a Dit – il debutto del 2003 – abbia venduto un paio di milioni di copie), con questo No Promises Carla Bruni non perde il vizio di tradire anzi raddoppia: finiscono scornati prima quelli che liquidavano l’avventura della ex-modella come uno sfizio tanto redditizio quanto fugace, poi coloro che oltralpe carezzavano l’idea d’avere trovato una nuova Hardy o una nuova Vartan, vergando le nuove canzoni in (oltraggioso) idioma inglese, con buona pace dei nostri cugini più sciovinisti. Testi che, occorre sottolineare, riadattano al formato canzone liriche di poeti quali Yeats, Dickinson e De La Mare. E allora?
Allora, voilà, siamo spiazzati. Traditi, certo. Perché il "prodotto" – che l’aura di Carla sponsorizza as usual – anche stavolta non è male, ovvero dispiega con disinvoltura folk venato blues e languori mediterranei grazie anche alla sapiente supervisione del chitarrista Louis Bertignac. I pezzi – composti in gran parte dalla ragazza – sono più che dignitosi, non coltivano alcuna velleità che non sia quella d’intrattenere col loro mood fragrante e blasé (Lady Weeping at the Crossroads, I Went to Heaven, Before the World Was Made), permettendosi talora levigati guizzi errebì (Those Dancing Days Are Gone, If You Were Coming in the Fall) e vellutati swing (Ballade at Thirty Five).
La voce gioca coi propri limiti, spiana le mancanze con una sensualità sdrucita che deve venirle piuttosto automatica, insomma si fa rispettare, anche perché capita di sentirne in giro di peggiori. In conclusione, un disco discreto che significa – inevitabilmente – oltre il proprio effettivo valore, nei rimbombi di costume che lo aureolano.
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