Recensioni

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Del Joe Seaton artista, tre anni fa, Lorenzo Montefinese in sede di recensione tracciava un profilo preciso e accurato: sottolineandone la maestria nell’alchemizzare suoni e creare un universo armonico permeato da un organicità ora tribale, ora psichedelica ora ancora virata al plastico. Ecco: se al netto di questo – e dei primi due album davvero ottimi – l’ultimo lavoro lungo di Seaton sotto alias Call Super – allora recensito, Every Mouth Teeth Missing, era risultato se non del tutto insipido quantomeno al di sotto delle aspettative, tra i cultori di quel suo mèlange liminale ai confini tra clubbing, covava un po’ di curiosità per questo ritorno. 

Tre anni dopo, il nostro torna con Eulo Cramps – titolo molto simile nella forma ai vari alias già usati da Seaton come Ondo Fudd e Elmo Crumb – e sembra quasi voler riprovare a fare ciò che non era riuscito nel terzo disco. Apre le danze con una bucolicissima Ondo Helps Us Hear the Splinters, fantasia arpeggiata su una e-harp sulla quale svolazza il clarinetto ormai iconico di Seaton senior (aka il padre di Joe), ormai protagonista incontrastato del progetto sin da Arpo. Le atmosfere sono così quasi meditabonde, e infatti troviamo poco più avanti in un ideale percorso che si addentra in una foresta digitale la ritmica giavanese e spiritica di Sleeping ammaestrata da Eden Samara: è la prima di un terzetto di collaborazioni che prosegue subito dopo in scaletta con la più nervosa Illumina, in cui la voce cristallina di Julia Holter sovrasta un breakbeat destrutturato da Seaton, arrivando persino a vincerlo del tutto prima di venire trascinata definitivamente in un vortice di rintocchi, gong e intarsi al clarinetto amalgamati con la rotondità produttiva cui ci ha abituato Call Super. 

Dal flusso emerge così Glossy Bingo Stain, altro trip pastorale al confine con la folktronica o se vogliamo con una proto-IDM rivisitata e ancora una volta arricchita dalla e-harp e dal clarinetto (prendete un Four Tet particolarmente ispirato, o meglio: prendete un pezzo che Four Tet metterebbe in un suo set). Coppertone Elegy ha tutta l’aria del riempitivo (uno di quelli con i suoi tanto amati patchworks di spoken word e collage sonori) se non fosse che qui risulta propedeutico a un flusso che prepara l’ascolto del successivo brano, Goldwood, in cui Elke Wardlaw, vicina di casa del produttore, recita una poesia su field recordings e un piano elettrico smosso dai synth, quasi fosse una Kae Tempest del Lancashire (meno incendiaria). Clam Lute Wig incamera un’anima ancora pianistica, questa volta però agitata da incubi Throbbing Gristle e da un’ancia piccatissima e processata fino a renderla sintetica in un percorso tra i campi offuscato da nuvole cangianti e creature magiche per il fulcro mistico e più intrigante dell’album che trova la sua controparte risolutiva in Years in the Hospital, ordita quasi del tutto su corde di chitarra metalliche e sferraglianti che vengono sublimate ancora dal clarinetto e dal forte sapore autobiografico (si conclude con la voce dello stesso Seaton). 

Arrivati in fondo appare insomma chiaro quanto ci siamo allontanati dal dancefloor, in un’opera di escapismo depotenziato: era qui, nella campagna magica casa per meditazioni e perfetta per essere dipinta, che Call Super puntava a tornare – forse da sempre. 

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