Recensioni

Tre personalità dell’underground (non solo, in realtà) italiano che uniscono le forze per creare in modalità impro un percorso musicale aspro e destabilizzante, sviluppato quasi come fosse un racconto che si muove tra sbuffi e surrealtà, stortume avant-rock e blues deformato, squarci noise e destabilizzazione narrativa.
Dopotutto Stefano Pilia, Xabier Iriondo e Roberto Bertacchini – sommate le singole esperienze pregresse fanno una buona fetta dell’underground più coraggioso e stimato, non solo entro i confini patri – sono perfettamente a loro agio nel mix su indicato: le due chitarre intarsiano e sbroccano, ricamano e distorcono frasi e frasette che rimandano tanto al post-punk più acido quanto al blues rivisto sotto la lente Beefheartiana, alla no-wave più aspra come al noise più astratto. Su queste trame volatili e umorali spicca la vocalità iper-drammatizzata dello Starfuckers Bertacchini: asincrona, storta, sfasata, sfalsata, che se ne fotte della metrica e si lancia in un flusso di (in)coscienza visionario e al limite del grottesco, nei testi elaborati dallo stesso batterista e da Valentina Chiappini. Roba fatta di visioni e allucinazioni, sempre borderline tra tragicomico sberleffo e sguardo surreale donchisciottesco, che rappresenta il miglior contrappunto possibile alle musiche delle due chitarre.
Un esordio che, come capita spesso con progetti estemporanei, mette a ferro e fuoco i numerosi ambiti di riferimento di cui sopra e che, si spera, non resti un unicum.
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