Recensioni

Cacao sono un duo ravennate formato da Matteo Pozzi (chitarra) e Diego Pasini (basso), già membri del gruppo Actionmen. Queste sono più o meno le uniche informazioni biografiche che abbiamo di questa band, ottenute spulciando le informazioni disponibili in rete. Le altre riguardano il loro primo disco Astral, uscito per l’etichetta Brutture Moderne nel novembre 2016. Il discorso si potrebbe chiudere qui, con una piccola nota a margine, se non fosse che Astral è un disco veramente intenso, costruito sull’interazione costante fra i due musicisti, intenti a creare affascinanti orizzonti sonori che sintetizzano le loro diverse influenze musicali. Queste ultime nello specifico riorganizzano e rinverdiscono i fasti dei grandi musicisti artigiani della tarda no wave newyorkese (primi anni Ottanta, penso ad esempio a Jody Harris, Robert Quine, George Scott).
Partendo dalla loro lezione, i Cacao hanno licenziato un disco che rivede nell’ottica dell’avanguardia strumentale i twang secolari di Link Wray e Duane Eddy e lo strimpellio orecchiabile di Ric Ocasek (quello dei Cars), allo scopo di creare una geniale rivisitazione dell’era del surf e del bubblegum pop. Il secondo (e più importante) obiettivo è decostruire quello stesso pop facile e avvincente al fine di favorire la penetrazione di elementi ostili, parassiti e terroristi capaci di mutare sistematicamente la cornice formale e il punto d’equilibrio della canzone, creando così un’originale versione di postmodernismo sonoro. Contrariamente a quanto sembrerebbe da tali premesse, Astral è in realtà un disco altamente emotivo, in quanto la sfida dei due strumenti a corda (che suonano costantemente in opposizione) consiste nell’emulare e umanizzare il suono digitale tessendo chiaroscuri sonori che danno infine forma a una danza sonora (tetra, nevrotica, ironica, divertita) che coinvolge immancabilmente l’ascoltatore.
Come precedentemente accennato, la cornice dei brani è infarcita da ritmiche (elettroniche) e ritornelli in déjà vu che vengono ossessivamente guastate da dosati intercalare di dissonanze e minimalismi. Il paradigma di questa prassi arriva fin da subito col brano d’apertura Roboto, un pop alla Police che viene decostruito dai reiterati e frenetici accordi della chitarra. Partendo da qui, sembra che la preoccupazione dei Cacao sia innanzitutto quella di trovare uno stile classico da far detonare o da deformare dall’interno. Così accade, ad esempio, in Gundammo, un desert blues che viene prima degradato in spettrale litania dagli accordi minimali della chitarra e poi riabilitato a surreale parodia reggae dagli stessi accordi minimali (ma con tempo diverso). Lo stesso contorsionismo strumentale si ripresenta in High Hitler, un altro blues di frontiera alla Morricone lacerato dalla sovrapposizione di due chitarre che, tenendo una cadenza meccanica e industriale, finiscono per riconfigurare il brano in una dimensione sempre più tribalistica e glaciale.
Preso l’abbrivo da questi esperimenti, i Cacao si arrischiano ad ampliare i loro arrangiamenti in brani la cui struttura si fa inesorabilmente più articolata. Il duo ostenta orgogliosamente quest’arte tutta cerebrale innanzitutto nell’astrattismo sonico di Lulù per sparuti accordi di chitarra alla Fripp sovrapposti ad un basso zoppicante, mimando il più classico dei call and response fra chitarra e basso, mentre sullo sfondo un organo inietta lucori psichedelici. Questa dinamica viene ulteriormente raffinata in Brasilio, (dove la chitarra riproduce frame musicali incollandoli uno sull’altro), in A8 (dove su un basso stentoreo e minaccioso, la chitarra si erge in twang contorti sempre più lapidari e atonali, mentre un tappeto di synth cosmici in sottofondo riporta l’intero brano nell’ambito di una psichedelia minata da acute nevrosi) e infine in Anno 1000 (apertura in forma di lied cameristico fra lente dissonanze, improvvisa fuga con riff di tex mex al galoppo, finale al ralenti con un ritornello che fa la parodia della musichetta dei teatrini di strada). Tutti questi brani sono lunghi 7 minuti: fra l’uno e l’altro i Cacao si concedono, per così dire, delle pause, con brani miniaturizzati come Shumi (un disco-pop che va alla deriva in un baccanale di scordature elettroniche) o Contadini (un altro power-pop alla Police ridicolizzato in vuoto easy listening attraverso semplici dissonanze della chitarra).
L’arte dei Cacao vive e si nutre di eterne ricomposizioni armoniche. I loro brani, lacerati e contaminati dai farnetici stridenti delle chitarre così come dal tono reboante e sbilenco del basso, vomitano qualcosa che non è più pop, blues, easy listening e neanche avanguardia o revival, ma è allo stesso tempo memore di tutto questo.
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