Recensioni

4.7

Se ci sono musicisti che dalla techno passano all’ambient senza ritorno – vedi Tim Hecker – ce ne sono altri che partono proprio dalle ultime conquiste in fatto di sintesi ambientali (drone, chamber, shoegaze, neo classical) per riconsegnarle nuovamente al ritmo.

Lo abbiamo visto con Pantha Du Prince (anche se lì il discorso era più eclettico e pop) e lo vediamo nell'austero Brock Van Wey, un americano trapiantato in Cina non proprio di primo pelo (è un ’74).

Finora la sua carriera è oscillata tra ambient techno come discorso d’ambienti (su Echospace, la sua Quietus e l’italiana Glacial Movements) e incursioni in zona dancefloor a bpm rallentati (per Meanwhile e la blasonata Kompakt). Dopo il successo di critica di The Art Of Dying Alone – un album sirena fatto di droni per non drone-isti – il musicista ha deciso d'insistere su quest'ultimi, proponendosi come una sorta di William Basinski post-techno, senza tape loop e effetti vintage.

Tribes at the Temple of Silence amplia lo spettro d'indagine rispetto alla pretenziosa prova precedente, ma i risultati, anche questa volta, deludono. Mentre Morning Rituals, unico brano in cassa, pasticcia tra folate ambient e deep house, The Past Disappears mostra tutti i limiti del caso: Wey non è Emanuele Errante e né qui né da altre parti riesce a mixare la matrice drone agli ingredienti aggiunti all'intingolo – che siano essi soulfull vocali, shoegaze o etno new age. Una prova fallita.

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