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Si costeggia il lungomare prima di giungere allo slargo di Piazza della Libertà, location che ospita per la prima volta il festival SalernoSounds, giunto al suo terzo appuntamento. Uno spazio suggestivo, sebbene incastrato tra le due ali di un imponente complesso architettonico, con affaccio diretto sul golfo di Salerno e che ha sicuramente un buon potenziale per trasformarsi in una vera e propria arena per eventi internazionali, alla stregua della Rotonda tarantina che ospita il Medimex. Il caldo pomeridiano lascia spazio ad una piacevole brezza marina che fa vibrare l’essenziale scenografia di un palco che però domina sulla vastità dello spazio, concepito per l’occasione con sedute disseminate lungo tutta l’area della piazza.
Sono passate da poco le 21.30 quando la piccola orchestra Brunori Sas entra in scena. A dare il via alla serata è Al di là dell’amore, brano dall’incipit danzereccio ma che si apre fin da subito ad una dimensione mai così corale che sarà costante lungo tutta la scaletta. Avvio leggermente contratto, dovuto anche ad una ‘distanza’ con il pubblico dettata dall’impostazione del live ma che l’artista cosentino riesce ad accorciare col solito cinico sarcasmo. I due brani successivi, La ghigliottina e L’Uomo Nero, vanno proprio in questa direzione con stoccate velate alla megalomania dei nuovi signori della guerra e a chi, impunemente, tace sugli orrori dei conflitti del nostro tempo: Dario non affonda il coltello nel cuore della questione ma lascia che sia un sorriso amaro a disinnescare la tensione. Parliamo di una dimensione agognata e raggiunta dal cantautore, che unisce il personale all’universale, l’intimo al sociale, la nostalgia alla scoperta e che si riflette in una proposta artistica matura che guarda alla lezione di autori del calibro di Lucio Dalla, Francesco De Gregori e Luigi Tenco.
La macchina Brunori Sas funziona ed è ben oleata. Ha qualche certezza in più derivante dalla partecipazione oltre che dall’inatteso ottimo piazzamento all’ultimo Festival di Sanremo, che qui si riflette in un’ulteriore stratificazione del proprio pubblico la cui forbice diventa sempre più ampia, e riesce a padroneggiare le temperature umorali delle varie parti del live. Dai temi sociali (un breve passaggio sul concetto di tolleranza in apertura all’intima Secondo me) a momenti più introspettivi (in La Vita com’è) passando per la cinica filastrocca de Il Costume da Torero, chiusa da una coda raggae, fino a spingersi a ritroso in terra di ‘classici’ (nell’uno-due di Italian Dandy e Come stai), la sensazione è di assistere ad una performance che unisce con consapevolezza i punti salienti di una carriera lontana dagli esordi scalmanati a cui lo stesso canatuatore fa riferimento rivagheggiando ricordi delle prime tappe salernitane con la band.
Supportato da una vera e propria orchestra costruita su tessiture di fiati, violini e percussioni, e che entra sempre nei brani con la forza di un climax ascendente, la crescita artistica del musicista si riflette anche nel suo alternarsi alle chitarre, al basso (ne Il Morso di Tyson), al pianoforte – dove viene fuori con convinzione l’estro del cantautore (toccanti le versioni di Un errore di distrazione e Kurt Cobain), oltre a qualche innesto pop-rock più elettrico (nei nuovi arrangiamenti di Lamezia-Milano e Capita Così). A proposito di arrangiamenti, è forse questa la vera novità del nuovo tour a supporto dell’ultima uscita L’Albero delle Noci, che sfrutta al massimo le possibilità di una coesa coralità sonora dando maggiore spessore anche a brani concepiti solo chitarra e voce: è il caso dell’attesissimo bis Guardia ’82, brano entrato a far parte dell’immaginario nostalgico dei fan della prima ora e che farà da viatico al conclusivo abbraccio con la band negli ultimi due brani, La Verità e Arrivederci Tristezza, con tutto il pubblico in piedi sotto al grande palco di Piazza della Libertà.
Il formato extra-large dei Brunori Sas convince e non delude perché offre esattamente quello che ti aspetti di ricevere. Dagli esordi del lontano 2009, Dario Brunori ha saputo incanalare in musica malinconie assortite, frustrazioni, umori umbratili così come un certo romanticismo decadente, liriche ispirate ma anche esperimenti poco seducenti. Funziona perché parla ad una generazione orfana di una certa idea di cantautorato, che qualcuno non si farebbe scrupoli a definire frutto di inguaribili nostaligici ormai fuori dal tempo. Brunori e soci abitano quello spazio specifico che il pubblico gli riconosce e che vediamo avvicinarlo progressivamente ad una dimensione ‘classica’, perfettamente pilotata.
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