Recensioni

6.7

Le scale in copertina esprimono benissimo l’evoluzione che i Brothers In Law hanno voluto e raggiunto. Raise esce a tre anni di distanza da quel Hard Times For Dreamers che li ha fatti conoscere ai più. La principale differenza tra il debutto e questo secondo capitolo della carriera dei pesaresi è l’atmosfera generale, che in Raise è alimentata da una forte speranza, lì dove Hard Times For Dreamers era cupo e pervaso da una romantica tristezza. Rimane ovviamente la matrice dream-pop che immerge gli otto brani del disco in una marea di riverberi e delay, ma cambia l’attitudine generale, in seguito anche all’aggiunta di un bassista alla line-up della band.

Raise è un disco epico, meno intimista del precedente, con accelerazioni alla Arcade Fire, come nella seconda parte di una Through The Mirror in cui un crescendo coincide con un cambio di ritmo che rende ancora più unica una prima parte custodita da un’atmosfera eterea di quelle care agli SlowdiveE poi c’è la solare All The Weight, che riporta alla mente il talento cristallino di Jonathan Clancy e dei suoi His ClancynessLife Burns è di una delicatezza disarmante e prende forma con un piglio alla Edward Sharpe & The Magnetic Zeros ma meno scanzonato, anche qui poi c’è l’esplosione epica nella seconda parte del brano. Ma più di tutto c’è quel sound da Capture Tracks che i Brothers In Law sanno ormai gestire e personalizzare al meglio, confermandosi nuovamente come uno dei gruppi italiani più esportabili all’estero – l’imminente tour europeo, la presenza a festival come il Treefort Music Fest in Idaho o il ritorno al SXSW 2016 ad Austin testimoniano questa qualità.

Il quartetto torna con un disco che riflette una nuova luce, forte di una rasserenante dimensione onirica che lega i Brothers in Law al proprio passato e sorretta da un pop barocco di indubbio gusto che spinge il gruppo verso nuovi lidi.

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